L'albero o la foresta?

Due recenti studi dedicati agli impatti dei cambiamenti climatici su alberi e foreste. Nel primo si parla del fatto che, con l’aumento delle temperature, gli alberi crescono sì più rapidamente, ma muoiono anche più giovani, riportando così nel ciclo del carbonio, e dunque nell’atmosfera, il carbonio che avevano catturato. Nel secondo si parla di come l'albero più comune in Svizzera soffra i mutamenti climatici e di come a nord delle Alpi il bosco del futuro assomiglierà sempre di più a quello della Svizzera sudalpina.


Questo pino dei Pirenei aveva quasi 700 anni quando è morto, circa 100 anni fa. (Foto: U. Büntgen)

It's better to burn out, than to fade away

Con l’aumento delle temperature gli alberi crescono sì più rapidamente, ma muoiono anche più giovani, riportando così nel ciclo del carbonio, e dunque nell’atmosfera, il carbonio che avevano catturato. Questi risultati, pubblicati su Nature Communications, hanno una grande importanza in relazione all’effetto serra. Se è vero che con l’aumento della temperatura terrestre gli alberi crescono più rapidamente, d’altro canto il cosiddetto tempo di permanenza del carbonio, ovvero il lasso di tempo in cui stoccano il carbonio, si riduce.
Durante la fotosintesi gli alberi e le altre piante assorbono l’anidride carbonica dall’atmosfera e con il carbonio che contiene costruiscono nuove cellule. Gli alberi che vivono a lungo, come i pini di alta montagna e altre conifere delle foreste dell’estremo nord, possono stoccare il carbonio per secoli.



Depositi di carbonio solo per poco tempo
Se il pianeta si riscalda, le piante crescono più velocemente. Si potrebbe dunque pensare che piantando più alberi sia possibile assorbire maggiori quantità di carbonio dall’atmosfera
afferma il professor Ulf Büntgen dell’Università di Cambridge e membro dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio di Birmensdorf (WSL), principale autore dello studio. In effetti, numerosi programmi per la tutela del clima, come ad esempio la «Bonn Challenge», partono dal presupposto che il rimboschimento contribuisca ad assorbire i gas serra dall’atmosfera e dunque a frenare il cambiamento climatico.
Questo è vero solo in parte. Vi è un rovescio della medaglia che finora è stato poco considerato, ovvero che gli alberi che crescono rapidamente stoccano il carbonio per periodi più brevi.
Büntgen studia le condizioni climatiche del passato osservando gli anelli annuali degli alberi, che sono unici e inconfondibili come le impronte digitali: la larghezza, la densità e l’anatomia di ciascuno di questi anelli contengono informazioni sulle condizioni climatiche in un determinato anno. Prelevando campioni di nucleo di alberi vivi e sezioni di alberi morti, i ricercatori possono ricostruire il comportamento passato del sistema climatico della Terra e comprendere come reagiscono gli ecosistemi alle variazioni di temperatura.

Per questo studio, Büntgen e i suoi coautori provenienti da Germania, Spagna, Svizzera e Russia hanno prelevato campioni da oltre 1'100 pini di montagna dei Pirenei spagnoli, vivi o morti, e da 660 larici siberiani dei monti Altai in Russia, due regioni forestali d’alta quota incontaminate da millenni. Sulla base di questi campioni i ricercatori sono stati in grado di ricostruire la durata di vita complessiva e i tassi di crescita giovanile di alberi cresciuti in condizioni climatico-ambientali del periodo sia industriale sia pre-industriale.

Questo troncone nei monti Altai in Russia è quel che resta di un larice cresciuto già nel primo millennio dopo Cristo. (Foto: U. Büntgen)

Vivere velocemente, morire giovani

I ricercatori hanno scoperto che condizioni climatiche fredde e rigide rallentano la crescita degli alberi, ma li rendono anche più forti e in grado di vivere più a lungo. Al contrario, gli alberi cresciuti più velocemente nei primi 25 anni di vita muoiono molto prima dei loro simili cresciuti lentamente. Tale correlazione negativa si è dimostrata statisticamente valida per i campioni di alberi vivi e morti in entrambe le regioni. Questa dipendenza tra tasso di crescita e durata di vita trova un corrispettivo nel regno animale: gli animali con frequenze cardiache più elevate tendono a crescere più rapidamente, ma vivono mediamente meno.
Volevamo testare l’ipotesi «vivere velocemente, morire giovani» e abbiamo constatato che risulta vera per gli alberi delle zone climatiche fredde. Questo rapporto tra crescita ed età dei singoli alberi ha ripercussioni dirette sulle dinamiche del ciclo globale del carbonio
ha dichiarato Büntgen. L’idea di un «tempo di permanenza del carbonio» è stata inizialmente suggerita dal coautore Christian Körner, professore emerito presso l’Università di Basilea (con un'enorme expertise in materia), ma questa è la prima volta che viene confermata da dati storici.

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Abete, addio

L'abete rosso è molto sensibile alla siccità (WSL)

“Non è un caso che in tedesco lo chiamino l’albero del pane”
ci spiega Arthur Gessler, professore di ecologia degli ecosistemi al WSL. Per generazioni l’abete ha infatti assicurato il lavoro a boscaioli, segherie, carpentieri e falegnami. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi è stato piantato ovunque, sostituendo il bosco autoctono di latifoglie; attorno a questa coltivazione è cresciuta tutta una filiera artigianale di fondamentale importanza per le regioni di campagna.

Ma adesso l’abete rosso sta male. Le sue radici non vanno in profondità. Negli ultimi anni si cumulano i periodi di siccità indebolendo i boschi. E questo favorisce la diffusione del bostrico che trova facile diffusione, soprattutto nelle monocolture, molto diffuse nell’Altipiano. E se poi arriva una tempesta straordinaria – ricordiamo Lothar, Viviane o Burglind – gli alberi cadono a terra come un castello di carte. Per i proprietari dei boschi è un disastro, perché i boscaioli cercano di salvare il salvabile vendendo i tronchi ancora intatti. Ma la quantità di legno che si riversa ogni anno sul mercato ha fatto crollare i prezzi e le entrate non coprono ormai più i costi delle imprese forestali.

Per questo ora si cambia rotta, afferma Stefan Probst, forestale del comprensorio Mittleres Gäu nel Canton Soletta:
Nelle radure create dalla tempesta piantiamo aceri, querce, tigli, ma anche noci e castagni. 
Alberi indigeni, quindi, ma anche piante più consone al paesaggio sudalpino che a quello del Canton Soletta.
Il cambiamento climatico porta ad un aumento della temperatura anche il noce e il castagno trovano ormai le condizioni ideali per vivere da noi.
E Gessler conferma:
Non sappiamo con precisione come sarà il clima fra 100 anni e quindi non sappiamo quali alberi si adatteranno meglio alle nuove condizioni meteorologiche. L’unica soluzione percorribile è diversificare il pacchetto azionario, come si fa in borsa, abbandonando la monocoltura per puntare sulla varietà delle specie.
In maniera minore si tiene comunque fede alle conifere, piantando l’abete canadese, la duglasia, più resistente alla siccità, ma non è un albero indigeno.

In prospettiva, sensibili ripercussioni per l'economia forestale

L’effetto positivo di questa svolta è la maggiore biodiversità: nel bosco misto vivono molti più animali e uccelli che in una monocultura di abeti. Ma per i forestali si pone una questione esistenziale: una quercia si taglia dopo 160 anni, all’abete ne bastano 80. Inoltre, sfruttare economicamente un bosco misto è più complesso. A questo si aggiunge il fatto che l’industria si è orientata alla lavorazione dell’abete; importare il legname non è però una prospettiva allettante per il bosco svizzero.
Ora la palla è nel campo della tecnologia: l’industria deve imparare a lavorare con altri tipi di legno. 
 afferma Arthur Gessler.  Un problema centrale è che il tronco delle latifoglie non raggiunge l’altezza delle conifere. Per ottenere delle travi di analoga stabilità bisognerà quindi lavorare in modo diverso, per esempio con delle strutture lamellari.


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