venerdì 11 agosto 2017

Risky shift


Troppo spesso fingiamo di non accorgerci del cambiamento climatico, ma questa volta gli effetti del riscaldamento globale rischiano di essere così evidenti da non poterci più nascondere. Riguardano il rischio di inondazioni. Il dato è chiaro: il cambiamento climatico anticipa il calendario delle inondazioni in Europa in buona parte d'Europa (vedi figura sotto, aree 1 e 3, h/t roberto kersevan, vedi commenti sotto), con conseguenze pericolose per l'uomo. È la conclusione a cui giunge una ricerca appena pubblicata, frutto di analisi lungo 50 anni in tutta Europa.



In alcune aree dell'Europa occidentale - ad es. tra Portogallo e sud dell'Inghilterra - avvengono fino a 36 giorni prima rispetto a quanto accadeva nel 1960. Preoccupante anche la situazione nell'area attorno alla Scandinavia: lì i fiumi straripano 8 giorni in anticipo rispetto al passato.
Il motivo è semplice: il caldo sempre più precoce fonde le nevi che ingrossano i corsi d'acqua. Ma il problema non riguarda soltanto i fiumi: il riscaldamento provoca anche una modifica nel pattern delle precipitazioni, che tendono a manifestarsi in modo più concentrato ed intenso. I terreni finiscono così per esaurire in fretta la propria capacità di assorbire l'acqua e cresce la probabilità di allagamento dei terreni. Senza dimenticare poi che anche il consumo spregiudicato del suolo ha la sua responsabilità.
Quali le conseguenze? Molte, avvertono i ricercatori. L'agricoltura, per es., patirebbe l'eccessiva umidità del terreno, ma il rischio maggiore ci riguarda ancora più da vicino. Molte città europee sono infatti costruite attorno ai fiumi; i sistemi di sicurezza per contenerli, tuttavia, sono spesso tarati su dati vecchi. L'anticipo delle esondazioni rischia così di coglierci impreparati.
E, come se non bastasse, gli effetti potrebbero riversarsi anche sull'ecosistema fluviale, ritardando ad es. la deposizione delle uova dei salmoni.
Un problema le cui soluzioni vanno ricercate preventivamente già oggi.



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Negli scorsi giorni le Prealpi svizzere (sia a nord che a sud della catena alpina) sono state toccate da alcuni eventi temporaleschi con grandinate importanti. Queste sono regioni nelle quali questi fenomeni non sono rari: ma come stanno cambiando (se lo stanno facendo) con il mutamento climatico? E cosa ci potrebbe riservare il futuro a riguardo?

Tra il 19 e il 24 aprile l’Oeschger Centre for Climate Change Research (OCCR), il Karlsruhe Institute of Technology (KIT), il Mobiliar Lab presso l’Università di Berna e l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera hanno organizzato la seconda conferenza europea sulla grandine. Lo scopo principale di questa conferenza triennale è quello di favorire lo scambio di esperienze e conoscenze fra gli esperti del settore. All’incirca 140 fra ricercatori, meteorologi e assicuratori, provenienti da 27 nazioni, si sono trovati a Berna per presentare le ultime innovazioni in questo campo.
Forti temporali con grandine interessano prevalentemente le zone alle medie latitudini, come per esempio buona parte dell’Europa, degli USA, della Cina e dell’Australia meridionale. Solo in Europa ogni anno questi temporali causano danni per miliardi di euro e di conseguenza le aspettative per una comprensione approfondita di questo fenomeno e per lo sviluppo di affidabili sistemi di allerta sono alte, sia da parte dei servizi meteorologici che dalle assicurazioni. Benché ogni estate si sviluppino innumerevoli temporali, quelli accompagnati da forti grandinate sono - per fortuna - un numero limitato, durano relativamente poco e toccano solo zone ristrette del territorio. Raccogliere dati affidabili e ottenere delle osservazioni precise sulla grandine è dunque ancora difficile. Spesso l’unica possibilità è quella di ricorrere ai sistemi di rilevamento a distanza come i radar e i satelliti meteorologici.

L'auditorio durante la conferenza europea sulla grandine di fine aprile.
Foto: Università di Berna.

Fra i temi principali approfonditi durante la conferenza, c'è stato anche quello dedicato all'impatto dei cambiamenti climatici sulle grandinate. In un clima in evoluzione, è lecito chiedersi come evolverà la frequenza e la distribuzione delle grandinate a livello globale.
Varie simulazioni, basate su modelli matematici, sono concordi nel mostrare come nel futuro dovrebbero aumentare i temporali con grandine di grosse dimensioni e diminuire quelli con piccoli chicchi di grandine. Molte sono però ancora le incertezze in gioco.
Intanto, ecco qualche immagine da una interessante keynote della sessione, quella di Pieter Groenemeijer dell'European Severe Storms Laboratory (ESSL) intitolata "Modelling the large hail hazard in the past, present, near and far future".

Le prime due sono dedicate al trend negli ultimi decenni in Europa nelle grandinate importanti (periodi di 6 ore di grandinate con chicchi grandi almeno 2 cm nel raggio di circa 70 km):


Aumento dal 1979, coerentemente con quel che ci si attende nelle proiezioni*, anche se rimane molto difficile, al momento, l'attribuzione del segnale (in queste regioni e per un periodo così breve rimane molto forte la componente della variabilità ed è al momento difficile sapere quanto questo trend sia dovuto al GW).

*In Europa centrale (regione alpina compresa), negli ultimi decenni del secolo, ci si attende un aumento robusto dell'instabilità (che favorisce forte convezione a origine grandinigena), un meno significativo aumento dello shear (che pure favorisce forte convezione) e una situazione complessiva delle precipitazioni estive in diminuzione a sud del 50esimo parallelo (significativa nelle regioni mediterranee) e un aumento delle stesse a nord (significativo in Scandinavia). La regione alpina si trova ancora all'interno della zona in cui è prevista (dall'ensemble dei modelli generali) una riduzione delle precipitazioni, tuttavia qui la topografia può modulare il segnale relativo alle precipitazioni e i modelli regionali ad alta risoluzione (fino ad una texture di circa 12 km) prevedono invece un aumento delle precipitazioni convettive alle quote alpine più elevate.
Queste proiezioni sono, però, più significative soprattutto nello scenario a emissioni maggiori (lo scenario RCP 8.5), meno evidente il segnale nello scenario intermedio (RPC 4.5).

Ecco, infine, un'immagine che mostra le proiezioni future in termini di cambiamento rispetto agli ultimi decenni:


 Si nota, a fine secolo, un aumento probabile in tutto il continente, in particolare in Europa centrale nello scenario RCP 8.5.

Bianco vs rosso 1-0

Distribuzione delle 92 popolazioni di abete rosso (Picea abies), 90 popolazioni di abete bianco (Abies alba) e 77 popolazioni di faggio (Fagus sylvatica) in Svizzera. Le stelle rimandano ai due vivai. Le sei regioni biogeografiche sono evidenziate con colori diversi (Gonseth et al., 2001). Grafica: WSL

L'abete rosso in Svizzera è molto più a rischio di quanto si pensasse: questa specie, infatti, avrà difficoltà ad adattarsi all'innalzamento delle temperature e alla siccità, le condizioni climatiche previste nelle future estati alpine. Lo rivela un recente studio del WSL.
Un rischio per l'economia forestale svizzera, orientata proprio prevalentemente a questa specie. Faggio, abete bianco e soprattutto abete rosso sono infatti i pilastri dell'industria svizzera del legno.
Ma come reagiscono e soprattutto quanto resistono ai cambiamenti climatici?

martedì 8 agosto 2017

Ghiaccio che cola

Ghiacciaio del Rodano, confronto fra la situazione a fine giugno 2007 (a sx) e quella a fine giugno 2017 (a dx). Fonte: GletscherVergleiche.ch

L'ondata di caldo tropicale appena conclusa - la terza nella regione alpina in questa infuocata estate e magari nemmeno l'ultima... Update 18/8: facile profezia, la mia, siamo alla quarta, cvd - non ha risparmiato neppure stavolta l'alta montagna. Nel versante sud delle Alpi si sono toccate punte di temperatura massima di 20 gradi a 2000 metri e l'isoterma dello zero è schizzato a 4600 metri. Una caratteristica, quest'ultima (l'isoterma che gravitava vicino ai 5000 metri), tipica delle numerose heatwaves che hanno connotato quasi tutte le estati alpine dell'ultimo decennio (vedi uno dei prossimi post che pubblicherò, vedi anche qui).
Il glaciologo Giovanni Kappenberger - incontrato qualche giorno fa in parete mentre arrampicava sotto un piccolo ghiacciaio della parte meridionale delle Alpi svizzere - ha spiegato che, a fare le spese di estati così calde anche ad alta quota, sono soprattutto i ghiacciai alpini: