Derive



Excerpts da uno speech che ho tenuto recentemente sul tema dei cambiamenti climatici e delle loro derive polemiche fra catastrofismo e negazionismo.


Catastrofismo

 ✔ mass mediatico ➔ sono le catastrofi immediate ed emotivamente impattanti - ma lontane da noi - che più ci colpiscono, non quelle potenziali del futuro; e solo di queste abbiamo continuamente e compulsivamente bisogno, l'aveva già capito bene anche De Lillo e molto molto prima di lui Lucrezio. Che sia una sorta di antidoto anti-angosciante?
E ovviamente lo sanno bene anche i media, per i quali l'audience o la vendita ("selling, selling, selling") sono il fine ultimo. Good news is no news, se di una cosa non c'è anche qualcuno che contemporaneamente la neghi, quella cosa non viene riportata e dunque è come se non esistesse, ammoniva Paul Krugman un paio di anni fa, a proposito dell'ossessione (soprattutto televisiva, soprattutto nordamericana) della par condicio nel dibattito scientifico. Ma nessuno ha mai spiegato a questi professionisti dei mass media il concetto statistico di moda? O non è più di moda?

✔ di facciata ➔ sono i negazionisti stessi a definire catastrofista la comunità scientifica che si occupa del tema e ovviamente l'IPCC sarebbe (per loro) la summa mostruosa del catastrofismo per eccellenza. Ma si dimenticano volutamente (e quindi negano di nuovo) il fatto che la scienza, qualsiasi disciplina essa abbracci, è per sua stessa natura molto conservatrice in tema di ipotesi nulla. Ricorre molto più spesso nell'errore di secondo tipo (il falso negativo), rispetto alla norma. E quindi tende, conseguentemente, a sottovalutare le eventuali conseguenze di un fenomeno: prima di rifiutare l'ipotesi nulla ne passa, ricca com'è di tutta la serie di strumenti statistici di cui si è dotata per poter farla a pezzi delicatamente.

✔ della memoria e dell'amnesia ➔ qui e oggi. Il resto non conta perché è già oblio, effetto collaterale di una memoria breve e fallace e di una mente non attrezzata per valutare cose con una dimensione spazio-temporale molto più grande di quella quotidiana e circoscritta. Si fa fatica a scorgere il quadro d'insieme. È nella nostra natura mnemonica, e i media lo sanno bene. E allora, qualsiasi evento estremo non è mai successo prima, è sempre la prima volta che si manifesta ed è sempre quindi catastrofico per default. La conseguenza della evidente negazione di un tale atteggiamento è una ristrutturazione percettiva che molto facilmente spinge all'atteggiamento opposto e al negazionismo da ignoratio elenchi. Fallace, come gran parte degli altri spunti polemici tipici del diniego.

NB: ho volutamente tralasciato di parlare del catastrofismo pedagogico perché ne parlerò in un prossimo speech dedidato al tema delle "catastrofi tecnologiche naturali".


Scetticismo

✔ evolutivo e costruttivo ➔ la razionalità scientifica non può che essere intrinsecamente scettica, of course. Quale altro scopo avrebbe oggi la scienza se non quello di cercare di trovare validi controesempi alle teorie dominanti, fenomeni che le possano violare, insomma: tentare di falsificare ciò che è ritenuto provvisoriamente non falso? Galileo si rivolterebbe nella tomba, d'accordo. Ma a lui si deve lo snodo connotato dal rifiuto e dal distacco dal dogma e dall'ideologia e la nascita della scienza moderna. A Popper lo snodo evolutivo più recente connotato dal rifiuto e dal distacco dalla sola verifica sperimentale tesa a confermare le ipotesi di partenza e dal tentativo di fare le scarpe al teorico.
Ci riesce a falsificare? Bene, fa parte della dinamica evolutiva aperta della scienza (che la differenzia radicalmente dalla granitica e monolitica chiusura statica del dogma e dell'ideologia). La scienza non può che produrre consenso e il consenso scientifico sopravvive evolvendo in questo modo.
Non ci riesce? Provaci ancora, Sam!

Ma allora: nonostante quanto detto sopra e il consenso sul tema dei cambiamenti climatici e l'impossibilità (per ora) di trovare valide e solide teorie alternative al paradigma dominante, come mai esiste il negazionismo (cosa per altro presente non solo in questa tematica)?


✔ involutivo e degenerante ➔ la variante distruttiva che porta alla degenerazione e - in combutta con la malattia del complottismo - direttamente al negazionismo.


Negazionismo

Tre varianti che ne danno linfa

✔ lobbyismo ➔ l'economia energetica dei combustibili fossili - in particolar modo negli USA - al servizio della disinformazione e, nella fattispecie, del diniego degli effetti devastanti che la combustione dei derivati della loro ragion d'essere producono sul clima. Nulla di strano sul fronte e nemmeno una gran novità sotto il sole. Ci avevano già pensato, a suo tempo, l'industria del tabacco o quella del DDT o quella del cotone o quella dell'amianto (solo per citare alcuni fra i più famosi esempi) a negare pericolosità, effetti collaterali, connessioni e rapporti di causa-effetto, oppure fondatezza di scelte socialmente e umanamente evolutive (per es. nel caso dell'opposizione all'abolizione della schiavitù).
Prendiamo ad es. la campagna orchestrata da BigTobacco contro la pericolosità del fumo: stesse tattiche, stessa tipologia di argomentazioni, stessa ispirazione ideologica, spesso anche stesse persone, stesse fallacie di quelle messe in atto da BigOil & BigCoal. Messa in campo di pensatoi ad hoc promulganti ideologie da mercato del pesce avariato, gruppi di interesse di parte, pseudo esperti, finanziamento e corruzione di pseudo- o ex-scienziati. Su tutto e minimo comun denominatore: la manipolazione del dubbio (vedi anche qui, nono video), portato da sale della scienza a marciume dell'esasperazione degenerante, quasi sempre associato alla malattia mentale del complottismo.

✔ complessità ➔ essendo la Terra un gigantesco sistema complesso, essendolo anche il clima, la difficoltà numero uno sta forse nel riuscire ad impedire l'illusione che tutto esuli da un'ipotetica influenza antropica che sembra talmente piccola - di fronte alla suddetta complessità e ad un senso del limite rifiutato - da apparire come totalmente insignificante.
Difficoltà doppia: sia da parte di chi si occupa di comunicare scienza, sia da parte di chi tenta di comprendere e capire. Se poi, per quest'ultima categoria, aggiungiamo il marciume ingenerato dal lobbyismo mediante l'uso ideologico e fraudolento del dubbio (di cui parlavo sopra), la complessità di cui è imbevuta la questione rischia facilmente di tramutarsi in paralisi comprensiva mediante le ben note dissonanze cognitive.

✔ psicologia e visioni del mondo ➔ la scienza che parla con due lingue contrastanti ed apparentemente opposte, quindi ci sono ancora troppe incertezze, quindi non è vero niente. Contribuiscono anche i contrary maries, le eccentriche dive esibizioniste nonché attempate spogliarelliste della scienza alla (nuova) ricerca della visibilità perduta.
E poi: la scienza che dice quel che ritiene di sapere al momento, quel che considera provvisoriamente non falso da una parte e l'auspicio allarmante ad agire cambiando stile di vita, comodità e privilegi raggiunti dall'altra, ma lo status quo è adorabile se vivo bene, quindi l'allarme è fastidioso e il cambiamento da sempre ingenera ansia, quindi devo adottare un meccanismo di difesa, quindi rimuovo e rifiuto ciò che è scomodo, quindi anything goes e tutto non è mai andato meglio, Madame la Marquise.
Due esempi di dissonanze cognitive. Ricorda la famosa fiaba della volpe e dell'uva di Esopo.
Caserini, nel suo ultimo libro (citando anche il libro di Cohen) e anche qui, spiega bene come spesso si arrivi a mettere in atto questi meccanismi di difesa psicologica di fronte a scomode verità che sappiamo (o dovremmo sapere) riconoscere ma che in un modo o nell'altro rifiutiamo perché mettono a rischio i nostri comportamenti acquisiti.
Entrano in gioco qui anche valori e visioni che si hanno del mondo: la difesa di privilegi e dell'attuale concezione del sistema produttivo (basata sulla retroazione crescita ↔ consumi), può facilmente portare all'affermazione di ideologie rassicuranti, tali per cui i fatti scomodi vengono dapprima ignorati, poi derisi, poi negati e infine combattuti. Oppure si pensa impossibile la responsabilità antropica nel mettere a rischio delicati equilibri naturali semplicemente perché la degenerazione di valori religiosi porta ad abbracciare visioni neo-fataliste (se non neo-creazioniste).
L'evoluzione ci ha condizionati a credere nei falsi positivi: di fronte ad un'ipotesi di non pericolo in condizioni di incertezza preferiamo rifiutare l'ipotesi anche se fosse valida, all'opposto di quel che fa la scienza.

"Non è certo, dunque non è vero": come dicevo già qui e qui, è forse una delle frasi-chiave della variante psicologica del negazionismo. E quindi e a seguire tutte le solite ciliegine da corollario: gli scienziati del clima e i centri di ricerca talmente avidi di finanziamenti pubblici al punto di essere disposti a falsificare i dati di talune misurazioni, bubblesgate & C, è tutto un complotto delle lobby dei pannelli solari o di BigOil per poter ritardare il picco del petrolio e potersi assicurare anche il futuro non prossimo ecc ecc ecc.
Come visto prima nel capitolo dedicato allo scetticismo, facciamo tremendamente fatica a capire il valore intrinseco e profondamente scientifico dell'incertezza (e dei suoi gradi), forse anche a causa di una certa mancanza di efficacia comunicativa da parte della scienza stessa. O forse più semplicemente perché nell'attuale società del rischio, tutto deve essere sotto controllo, nulla può sfuggire e l'imprevisto è la sciagura più grande.
Come vediamo qui, a questa difficoltà associamo come un magnete il rifiuto e il diniego. Finché lo faremo, i negazionisti continueranno ad avere qualche chances di successo provvisorio. Almeno finché non vengono beccati con il dito nella marmellata e non vengono smascherate le loro tattiche truffaldine.

Commenti

  1. caro Stefano,

    come sai questo della comunicazione è un tema che mi interessa. Sintetizzando all'estremo verrebbe da dire che la diagnosi è piuttosto ben nota, ma quanto alla cura... L'evoluzione, come suggerisci, ci ha costruiti antropologicamente inadatti a preoccuparci per il domani e men che meno del dopodomani. I neg. hanno gioco facile.
    Una prima semplice risposta allora (avevo letto qualcosa a questo proposito su un BAMS di qualche anno fa) potrebbe essere quella di proporre a chi ascolta sopratutto esempi che vengono dall'oggi e che hanno lasciato una traccia nel vissuto recente ... (il nuovo clima non manca di fornirci materiale a piene mani) e un po' meno scenari al 2100 per i quali scattano i meccanismi di difesa e rimozione che tu hai ben riassunto.

    Ciao

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  2. Grazie! Hai ben sintetizzato quello che penso anch'io. In effetti, non so quanto servano gli scenari al 2100, in ragione di quello che ho detto.
    Vedo poi poche alternative a quanto tu suggerisci, in effetti. Preferirei un mix fra esempi virtuosi da mostrare e maggior consapevolezza generale (frutto di maggior cognizione di causa) che la barbarie.

    Ciao

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