Chi di caldo ferisce...

Il glaciologo Kappenberger davanti al ghiacciaio del Basodino

Anche questa è un’estate che farà male ai ghiacciai. Tanto per cambiare. La lenta agonia dei silenziosi giganti dal cuore di ghiaccio mette parecchia malinconia. Ma i ghiacciai sono anche ottimi indicatori del cambiamento del clima.

Da anni il glaciologo Giovanni Kappenberger misura la febbre al ghiacciaio sudalpino del Basodino: qui, in alta Val Bavona, si trova il suo laboratorio naturale di studio. L’osservato speciale è in una fase molto critica:
lo scudo nevoso dello scorso inverno - a fine maggio c’erano ancora quattro metri e mezzo di neve compatta - si è già tutto consumato a luglio. Per fortuna, la scorsa stagione invernale e primaverile è caduta molta neve, ma ormai questa protezione è consumata del tutto e spunta il ghiaccio.
Quando il ghiacciaio è bianco riflette energia, più è scuro più ne assorbe e si consuma. La neve fresca ha un albedo maggiore del ghiaccio. Se a coprire la superficie del ghiaccio c'è neve, circa il 90% delle radiazioni ad onda corta viene riflessa, mentre quando la neve è assente e il ghiaccio vivo è esposto al sole solo circa il 50% delle radiazioni viene riflesso (ancora meno, fino a solo il 20% in caso di ghiaccio sporco): ciò significa che il rimanente contribuisce alla sua fusione. Inoltre la neve fresca funge anche da ottimo isolante per quel che concerne la principale componente (o sorgente di energia) responsabile della fusione glaciale, ovvero la radiazione incidente ad onda lunga.

Infatti, a logorare il ghiacciaio è la serie ininterrotta di giornate calde che peggiora la situazione:
se continua così, la situazione può diventare critica e la perdita sarà veloce, fino a sette centimetri di ghiaccio al giorno che corrispondono a una nevicata di quasi un metro di neve polverosa invernale. Questo può accadere in una giornata estiva con l’isoterma di zero gradi sopra i 4000 mslm. 
Insomma: stiamo assistendo all'ennesima stagione nella quale vengono assestati colpi letali ai mari di ghiaccio alpini. Anche quando - come in questo e in qualche altro caso recente - il capitale iniziale, in termini di accumuli nevosi, è ben presente e ancora ampio ad inizio estate, poi lo "scudo" viene subito dilapidato e i ghiacciai si offrono nudi e vulnerabili alle terribili ferite inferte dalla canicola e dalle ondate di calore estive.

Nell’ultimo trentennio in Svizzera le temperature sono aumentate di circa un grado centigrado, vale a dire quanto sono aumentate in media nell'ultimo secolo su scala globale. Conseguentemente, il volume dei ghiacciai è diminuito del 12%, di cui il 3% è andato perso soltanto lo scorso anno. Questa riduzione di volume (e di area) sta accelerando; e va tenuto conto che i ghiacciai non rispondono in modo sincrono alle sollecitazioni climatiche, per cui non sono in equilibrio. Se andiamo avanti così, alla fine di questo secolo in Svizzera non ci saranno quasi più ghiacciai, tranne i residui di quelli oggi più grandi come l'Aletsch.

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