Durban files


Indifferenza quasi generale sulla conferenza sul clima di Durban. A parte i soliti terraps, la cui noia e prevedibilità li porta, ultimamente, a giocare a rimpiattino fra il riciclo di frammenti di discorsi amorosi nei confronti di amorosi scambi epistolari effettuati ancora ai tempi dell'elettronica dura e l'attacco a piè pari a qualsiasi vertice nel quale si tenta di proporre soluzioni di gestione della crisi energetico/climatica.
Come appunto quello che si sta tenendo in Sudafrica in questi giorni.
Eppure la conferenza è importante e costituisce un tassello decisivo in più verso un futuro già oggi parzialmente ipotecato da decenni di forzatura climatica responsabile per almeno il 75% del GW manifestatosi da metà del 20esimo secolo (versione estesa qui, grafici esplicativi qui). E sempre più forte, rimuovendo il contributo delle principali sorgenti di variabilità interannuale e di corto periodo, come subodoravamo da tempo.


Durban, dunque.

Il prolungamento del trattato di Kyoto oggi in cambio di impegni vincolanti per tutti domani. Questo il leit motiv degli ultimi giorni al meeting.
Kyoto protratto per un accordo vincolante con obiettivi di riduzione esteso anche ai PVS? È ciò che chiede sin dall'inizio del negoziato l'UE ed è ciò che si sta discutendo e che sarà oggetto specifico di focalizzazione domani sera all'apertura del vertice ministeriale.

Siamo in bilico: molti PVS (tra i quali la Cina, ma non l'India e si capisce: richiama sempre il fardello del debito storico carbonico che ha portato l'Occidente ad essere quello che è oggi) sono favorevoli al compromesso che si sta delineando in ambito di riduzione delle emissioni, ma cosa faranno gli USA? Sarà in grado la presidenza di dare i giusti impulsi per cogliere la disponibilità potenziale e dichiarata al compromesso?
Da par sua, la Cina sa di avere un enorme potere di veto sugli altri PVS perché sa di essere una sorta di alibi per gli altri, sia in positivo che in negativo. Ma sa anche che non è ancora pronta ad ergersi da leader trainante per es, nei confronti di altri Paesi Emergenti come India e Brasile. E allora perché i cinesi dovrebbero accettare il compromesso, il che - se lo faranno davvero - costituirebbe una notevole svolta?
Semplicemente perché hanno constatato che, dal punto di vista tecnologico e organizzativo, il loro sviluppo consente di mettere in pratica già ora misure di mitigazione volte alla riduzione delle emissioni. E non solo: si stanno rendendo conto della convenienza che la messa in pratica di queste misure apporterà loro (peraltro, la stessa cosa - pur se in misura meno incisiva - vale per lo stesso Sudafrica: hanno un piano gigantesco per la costruzione di 17 gigawatt di impianti rinnovabili quali vento, sole, solare termico, l'equivalente di diverse centrali nucleari).

Ma di nuovo, e infine: il negoziato, improntato sul compromesso - ammesso e non concesso che venga accettato da tutti i PVS - sarà bloccato da chi da anni ufficialmente si chiama fuori dai giochi e cioè dagli USA? I primi produttori mondiali di gas serra pro capite, come ben sappiamo, assumono posizioni parzialmente ideologiche frutto soprattutto di campagne politiche mirate per es. ad impedire qualsiasi intervento fiscale in ambito climatico ed ambientale (il partito repubblicano ha costruito la propria stessa identità sull'opposizione ad una politica climatica e spesso, molto spesso, assumendo atteggiamenti completamente anti-scientifici e dogmatici). Ma dopo un buon quindicennio nel quale gli USA si sono occupati assai poco (a livello governativo) di questi aspetti e di questi problemi, potranno adesso permettersi di subire la concorrenza sfrenata della Cina? Il loro ritardo tecnologico, che in questo ambito comincia a manifestarsi e a farsi largo (anche a causa di investimenti troppo deboli in questo settore), sarà ancora gestibile a lungo? Il precoce invecchiamento delle loro infrastrutture energetiche (rispetto ai veloci sviluppi che avvengono altrove) implicherà un grosso impegno di ricupero del ritardo accumulato dei confronti di altri paesi: sarà fattibile nella attuale depressa condizione economica al contorno? Quando capiranno che in parecchi paesi questo ambito è già una opportunità di sviluppo notevole e un salvagente contro la crisi?

A leggere il contributo assai interessante segnalato da mazzetta sul suo blog (ma bisognerebbe anche leggere questo pdf, per es.), avrei qualche dubbio in più.

Commenti

  1. L'esito più probabile, caro Steph, sembra si stia concretizzando. Da buoni pasquini, continueremo dunque zelantemente ad affettare palme, fino all'ultimo tronco. Se non ricordo male il buon Diamond ci lasciava con qualche argomento di ottimismo, ma poi, a ben guardare queste note finali erano in contraddizione con le storie che ci aveva appena raccontato. Gliela perdoniamo questa debolezza, questo umanissimo wishful thinking. Si sa mai...
    Bon, ciao ti saluto che ho da fare incetta di tronchi, che poi li nascondo.

    Lorenzo D.

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  2. Già, come non detto.
    Ciao Lorenzo, buona incetta. E mi raccomando: nascondili bene prima che sia troppo tardi. E prima che si sia costretti a ballare senza più musica.

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