domenica 26 febbraio 2017

O neve mia...

Il comprensorio sciistico senza neve di Corviglia, sopra St Moritz, a fine dicembre 2015.
La stazione visibile di El Paradiso è ubicata a circa 2200 mslm

Entro la fine del secolo il livello di innevamento naturale sulle Alpi salirà da 500 a 700 metri, spiega il climatologo Reto Knutti nell'intervista qui sotto.
Knutti  è co-autore di un nuovo rapporto sull'impatto del cambiamento climatico in Svizzera (vedi anche qui), in particolare ha contribuito alla parte 1 ("basi fisiche") e alla 3 ("mitigazione").
Knutti è fisico dell'atmosfera e professore ordinario presso l'ETH di Zurigo. Lavora con i modelli climatici matematici che descrivono gli effetti dei gas serra nell'atmosfera. Knutti è uno dei principali autori del Working Group I del quinto e ultimo rapporto dell'IPCC, Contributor, Expert Reviewer, Draftin Author dell'SPM, Lead Author del TS, Contributing Author del cap. 5, del cap. 9 e del cap. 10 e Coordinating Lead Co-Author del cap. 12 dedicato alle proiezioni a lungo termine del cambiamento climatico.
L'intervista è corredata da diverse immagini che sono associate a parte delle sue risposte.
A seguire, dopo l'intervista, un riassunto di un recente lavoro appena pubblicato sul destino segnato della stagione invernale alpina.


Capodanno verde a Brigels (nella Surselva, Alpi grigionesi), 31/12/2015

Durante questo inverno, come anche nel precedente, la neve in montagna si è fatta attendere parecchio. Che cosa significa il cambiamento climatico per la stagione sciistica in Svizzera?
Da quando disponiamo di buone osservazioni (cioè gli ultimi 50 anni), possiamo vedere che il livello di innevamento in Svizzera è salito di circa 300 metri, coerentemente con l'innalzamento medio annuo dell'isoterma di zero gradi. La superficie ricoperta da ghiacciai è diminuita di un terzo negli ultimi 40 anni e nell'ultimo decennio i ghiacciai si assottigliano mediamente di un metro all'anno, un valore enorme.

Schilthorn (Prealpi bernesi), 2970 mslm, fine dicembre 2015

E cosa ci riserva il futuro?
Prendendo in considerazione un tipico scenario di emissione medio, per fine secolo occorrerà fare i conti con un accorciamento della stagione della neve, a seconda della quota, da quattro a otto settimane.  Si prevede un innalzamento del limite delle nevicate, rispetto ad oggi, fra i 500 e i 700 metri. La situazione sarà particolarmente problematica per tutti quei comprensori sciistici che si trovano a quote medie, fra i 1000 e i 2000 metri, e fra questi ce ne sono relativamente molti per es. nell'Oberland bernese. Capiteranno sempre ancora dei buoni inverni, ma aumenterà la frequenza di stagioni invernali nelle quali non si avrà quasi più neve.

Klein et al. 2016

Quanta parte di quelle aree che oggi presentano ancora un innevamento sicuro andrà persa in futuro?
Senza un intervento incisivo di protezione del clima, entro fine secolo nella maggior parte delle aree sciistiche localizzate alle quote più basse non sarà più possibile garantire un innevamento sicuro. Avranno invece meno problemi i comprensori posti a quote più alte, come Zermatt e Saas Fee. Ma anche le località sciistiche poste a quote più alte potrebbero non riuscire più a soddisfare la "regola dei 100 giorni" [la regola che dice che, dal punto di vista dell'investimento economico, la sicurezza di innevamento di un comprensorio è garantita se fra inizio dicembre e metà aprile è disponibile una sufficiente copertura nevosa di almeno 30-50 cm per per almeno 100 giorni in almeno il 70% degli inverni (Witmer 1986, Abegg 1996, Bürki 2000), ndr], sempre che a fine secolo questa regola generale possa ancora essere ritenuta valida.

Weissflujoch e Parsenn (fra 2700 e 2200 mslm), sopra Davos, dicembre 2016



Le località sciistiche svizzere sono situate a quote generalmente più alte rispetto a quelle in Austria. Abbiamo un vantaggio rispetto al nostro paese limitrofo?
L'Austria ha più comprensori situati a bassa quota, in effetti. È interessante il fatto che attualmente vengono investite ingenti somme nelle località sciistiche. A mio avviso, tutto ciò non può essere dissociato da un grande punto interrogativo; sia a causa della mancanza di sicurezza di innevamento e anche perché è probabile che sempre meno persone praticheranno lo sci.



Si può rimediare alla mancanza di neve con l'innevamento artificiale?
La neve artificiale può senz'altro dare una mano. Ma finché non è troppo caldo, altrimenti non serve a nulla. La fisica è quella che è e non può essere piegata ai capricci dell'economia. Gli ultimi due Natali, per esempio, tutto l'Oberland bernese era verde e non c'è stato alcun innevamento che poteva aiutare, in tal senso.

Adelboden, Oberland bernese, fine dicembre 2016

Dobbiamo dire addio all'immagine romantica del paesaggio invernale svizzero innevato?
In molti luoghi sì. Mia madre ha imparato a sciare ancora nell'Emmental ad un'altitudine fra i 500 e i 700 metri. Oggi più nessuno lì parla di sci. E, d'altra parte, dei ghiacciai che ancora oggi ricoprono le Alpi non rimarrà più molto a fine secolo.

Snowboarders "disoccupati" ad Arosa, fine dicembre 2015

Ma questo significa anche che si formeranno paesaggi completamente nuovi sulle nostre montagne.
I cambiamenti sono evidenti: dove un tempo c'era ghiaccio, oggi si estendono pendii marrone, e questa tendenza continuerà. Sono cresciuto a Gstaad. Come sciatore appassionato, queste immagini a volte mi fanno male. Ma forse questo cambiamento offre anche nuove opportunità.




In che senso?
Molte zone di montagna hanno da tempo diversificato l'offerta. Gstaad è un buon esempio: 20 o 30 anni fa la parte più grande del fatturato annuo si faceva fra Natale e la fine di febbraio. Oggi lo sport invernale è solo uno dei tanti pilastri: la gamma si estende dal torneo di tennis, al weekend country fino alle settimane dei chef di cucina. Gstaad va bene, anche se lì il turismo sciistico è diminuito in maniera massiccia.



"Impacchettamento" di ghiacciai a fine primavera per rallentarne la fusione estiva (Gurschen, sopra Andermatt)

Copertura con teloni bianchi dei residui primaverili di neve per conservarla per l'inizio della stagione successiva (comprensorio sciistico della Diavolezza, Grigioni)

Se l'inverno tenderà ad accorciarsi, l'estate sarà più a lunga.
Sì, in futuro ci aspettiamo estati più lunghe, tendenzialmente con meno pioggia. In montagna, questo significa belle giornate e temperature piacevoli. Le destinazioni turistiche in montagna devono cambiare e potrebbero approfittare parecchio dell'aumento della canicola in pianura. Riscoprire le potenzialità della "frescura" alpina in condizioni più soleggiate e di maggior durata stagionale.



In Vallese lo scorso autunno l'intero versante di una montagna ha rischiato di franare e schiantarsi sul grande ghiacciaio dell'Aletsch. Ritiene che questa sia una minaccia con la quale in futuro l'escursionismo estivo in montagna dovrà confrontarsi al punto da diventare uno sport ad alto rischio?
No, ma a causa dell'aumento delle forti piogge, frane e colate detritiche tendono a verificarsi con maggior frequenza, e lo scongelamento del permafrost porta ad una maggior caduta di massi. Tuttavia le aree vulnerabili sono anche precisamente monitorate. Non penso quindi che in Svizzera la vita e la la salute delle persone siano direttamente minacciate da tali eventi. Non siamo completamente vulnerabili al cambiamento climatico. Una pianificazione intelligente e ponderata o la costruzione di ripari per la protezione dalle inondazioni, per esempio, riducono al minimo molti pericoli.

Rispetto alla situazione globale, quanto è forte l'aumento della temperatura in Svizzera?
Su scala secolare, l'aumento della temperatura in Svizzera è circa il doppio rispetto alla media globale: un grado globalmente e circa due in Svizzera, rispetto all'era pre-industriale.





A quanto ammontano le emissioni di gas serra in Svizzera?
In termini assoluti, le emissioni di gas serra in Svizzera ammontano al momento a circa 6 tonnellate a persona all'anno, riferendosi alle emissioni legate al consumo di merci importate - le cosiddette emissioni grigie - si arriva a circa il doppio.

Di quanto dovranno diminuire affinché la Svizzera presti fede a quel che ha ratificato nel trattato sul clima di Parigi, ovvero voler limitare il riscaldamento globale a meno di 2 gradi C entro fine secolo?
Ogni obiettivo di contenimento del riscaldamento, se 2 o 1,5 gradi, richiede prima o poi che le emissioni di gas serra a livello mondiale siano azzerate. Tuttavia, si tratta di una quantità netta: ciò significa che per es. nell'aviazione sono teoricamente possibili ancora emissioni di gas serra a patto che queste possano essere compensate, ad esempio tramite cattura e stoccaggio nel suolo della CO2. Se questo sia tecnicamente possibile e conveniente, è tutta un'altra faccenda. Per poter raggiungere l'obiettivo termico che ci si è prefissati, nei paesi industrializzati è necessaria tipicamente una riduzione delle emissioni dal 25 al 40% entro il 2020, del 50% entro il 2030 e dell'80% entro il 2050. Tuttavia, se ci si basa su quel che le varie nazioni hanno assicurato globalmente almeno fino al 2030, dovremmo aspettarci piuttosto un aumento della temperatura di 3 gradi invece dei previsti 2.

E quali impegni ha assunto la Svizzera entro il 2030?
In vista dell'accordo di Parigi, la Svizzera si è impegnata a ridurre le proprie emissioni del 50% entro il 2030 (3/5 all'interno del territorio nazionale e i rimanenti 2/5 all'estero). Dal mio punto di vista, l'idea di compensare il 20% delle riduzioni all'estero è una forma di incentivo sbagliata. Perché se si tratta di ridurre le emissioni in Svizzera del 30%, la maggior parte delle persone sono probabilmente portate a pensare che ciò possa essere ottenuto semplicemente rendendo ogni attività un po' più efficiente. Ma questo distrae dal problema di fondo, che implica l'obiettivo dell'azzeramento delle emissioni. Ciò richiede un passo radicale verso nuove tecnologie che porti ad una decarbonizzazione dell'economia.

Si chiede alla Svizzera, dunque, di assumere un ruolo trainante che però è tutt'altro che a buon mercato.
Sono consapevole che questo aumenterà esigenze e requisiti. Ma la domanda è se questa scelta non sia utile nel lungo termine per la Svizzera. Si potrebbero sviluppare tecnologie che potrebbero essere vendute in altri Paesi, e d'altra parte, così facendo, si potrebbe diventare meno dipendenti dalle importazioni di energia. È strano che quasi nessun Paese, nelle sue misure di protezione del clima, fornisca una quota di energia così grande all'estero come la Svizzera.

A suo parere in che ambito dovrebbe fare di più la Svizzera?
Il grande problema in Svizzera è il traffico stradale. Qui le emissioni sono diminuite solo del 10% a partire dal 1990, molto semplicemente perché ci sono più auto in circolazione, le auto sono più grandi e più pesanti e ognuna in media trasporta meno persone. Tuttavia, il trasporto su gomma è una vacca sacra: qualsiasi misura per controllare qualcosa in questo ambito finisce nel vuoto, perché la gente non ne vuole sapere.

A differenza dei trasporti,  la produzione di energia elettrica in Svizzera è ancora priva di emissioni di CO2. Se, come previsto, abbandoneremo il nucleare, questa situazione potrebbe cambiare presto. Come climatologo, sostiene l'energia nucleare?
Dal punto di vista puramente climatico l'energia nucleare è buona perché è esente da emissioni di CO2. Però è una produzione di energia che ha altri gravi svantaggi: i rischi delle centrali di per sé, e il problema irrisolto dello stoccaggio di rifiuti altamente radioattivi. Come per i cambiamenti climatici, si finisce così per consegnare un grosso problema alla prossima generazione, che dovrà poi risolvere. L'energia nucleare non rappresenta una soluzione sul lungo termine. 

Si dice che l'esempio della Germania mostri che la promozione di energia eolica e solare come fonti di energia elettrica costa miliardi, non riduce del tutto le emissioni di CO2 e non da ultimo mette sotto pressione la produzione di energia idroelettrica in Svizzera.
Per molto tempo abbiamo sovvenzionato sia le energie fossili che quella nucleare. Adesso è ora di sovvenzionare le nuove energie rinnovabili come l'energia eolica e solare, e ben presto anche l'energia idroelettrica, perché non è più competitiva. Tutto ciò significa che la corrente elettrica è troppo economica. L'energia dovrebbe avere un prezzo reale, che tenga conto dei rischi a lungo termine e che includa i danni che il suo utilizzo produce.  Se si facesse, l'elettricità sarebbe più cara, la gente ne consumerebbe di meno e le energie rinnovabili sarebbero più competitive.

Secondo lei l'obiettivo definito a Parigi di limitare il riscaldamento a non oltre i 2 gradi entro fine secolo è ancora raggiungibile?
Tecnicamente, l'obiettivo climatico di Parigi è fattibile e abbastanza abbordabile. Politicamente, al momento, facciamo però troppo poco. In definitiva, comunque, se vogliamo o meno intraprendere questa strada è una scelta di tutta la società.

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Flims, fine dicembre 2015
A guardare adesso le Alpi ricoperte di neve scesa da poco non si noterebbe forse nulla di strano. Ma le nevicate si sono fatte attendere per tutto il mese di dicembre e gran parte di gennaio, e non si è trattato di una stagione sfortunata, di quelle che capitavano occasionalmente nei decenni passati. 
È un segno evidente del cambiamento climatico in atto, che farà sentire i suoi effetti anche nei prossimi decenni, come mostrano le nuove proiezioni climatologiche pubblicate sulla rivista “The Cryosphere” da un gruppo di ricercatori dell’Institute for Snow and Avalanche Research (SLF) e del CRYOS Laboratory dell’EPFL, guidati da Sebastian Schlögl. Se si guarda a i dati storici svizzeri, si è trattato infatti del dicembre più secco da quando sono iniziate le registrazioni, circa 150 anni fa, e il Natale del 2016 è terzo nella speciale classifica di quelli con meno. 

E il futuro non promette nulla di buono. I modelli climatologici utilizzati dagli autori indicano che entro il 2100 le Alpi potrebbero perdere buona parte della loro copertura nevosa: il 70% circa se il cambiamento climatico continua con il ritmo attuale, il 30% circa se invece venissero adottate misure per non superare l’incremento della temperatura media globale di 2°C.
L’altro effetto previsto dallo studio è che la durata della stagione invernale tenderà sempre più ad accorciarsi: il suo inizio sarà infatti ritardato di un periodo tra due settimane e un mese. Per gli amanti degli sport invernali, ciò si tradurrebbe nell’impossibilità di praticare lo sci al di sotto dei 2500 metri di quota.


“La recessione della neve sulle Alpi avverrà in ogni caso, la nostra capacità di controllare le emissioni stabilirà di quanto”, ha spiegato Christoph Marty, ricercatore dell’SLF e coautore dello studio.
Il dato forse più rilevante emerso dalla ricerca è che lo strato di neve che ricopre le Alpi si assottiglierà a ogni quota, in ogni periodo e per ogni scenario di emissioni. Il cambiamento più drammatico riguarderà le quote fino a 1200 metri, dove è situato circa un quarto degli impianti sciistici delle Alpi, perché le simulazioni mostrano che entro il 2100 la copertura nevosa non sarà più continua durante l'inverno. Anche gli impianti a quota maggiore subiranno notevoli conseguenze: se l’incremento medio della temperatura supererà la fatidica quota di 2°C (cosa che si è già verificata in Svizzera nel corso dell'ultimo secolo), lo spessore della neve potrebbe diminuire del 40% anche nelle zone oltre i 3000 metri. E l'impatto di una copertura nevosa inferiore e di una stagione invernale più corta sarà notevole sul turismo delle Alpi.


“Molti comuni alpini dipendono fortemente dal turismo invernale per la loro economia ed è quindi prevedibile che i centri turistici ne soffriranno”, conclude Schlögl. “Più a lungo termine, le maggiori precipitazioni piovose in inverno, la minore copertura nevosa e la scomparsa dei ghiacciai alpini altererà la portata d'acqua in torrenti e fiumi, con un'influenza notevole non solo per l'ecologia delle Alpi, ma anche sulla gestione delle acque destinate all'irrigazione dei campi agricoli e alla produzione di energia”.

Davos, fine dicembre 2015

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