Prima e dopo Parigi




Una serie di recenti contributi audio e video andati in onda dalla Radiotelevisione Svizzera sul tema più importante e stringente di questo inizio secolo e dei decenni a venire.


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Una femmina di orso polare, ridotta pelle ed ossa, abbarbicata su quel rimane del ghiaccio della banchina divorata dal riscaldamento globale. La foto di Kerstin Langenberger è già diventata un simbolo del global warming. “Siamo tutti orsi polari”, recita una singolare campagna pubblicitaria per prodotti “biodegradabili e sostenibili”, realizzati a partire dalle loro pelli. Una provocazione, naturalmente: i ghiacci polari sono uno dei termometri più evidenti dello stato di salute del pianeta.
Quelli delle Alpi nel 2015 si sono ridotti di due metri, il doppio rispetto alla media annuale. Viste le dimensioni dei nostri ghiacciai – 30 o 40 metri di spessore – il conto è presto fatto: entro il 2050 gran parte del ghiaccio alpino sarà scomparso, cambiando il paesaggio e diminuendo non solo l’attrattività turistica ma anche la disponibilità d’acqua per l’agricoltura e per la produzione idroelettrica, e ponendo problemi di stabilità dei terreni.
Questa trasmissione radio della RSI ("Il Giardino di Albert") andata in onda sabato 28 novembre, a due giorni dall’inizio della Conferenza sul clima di Parigi, ha seguito il destino degli orsi polari e del loro ambiente per capire come sta il nostro pianeta e con esso noi umani, che rischiamo di fare la fine di goffi e ottusi dinosauri.
Con il climatologo e glaciologo Luca Mercalli e uno dei massimi esperti di paleoclimatologia, Massimo Frezzotti, responsabile dell’European Project for Ice Coring in Antarctica.

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Concordare una riduzione globale delle emissioni di CO2 da combustibili fossili. Introdurre impegni giuridicamente obbligatori per tutti gli Stati. Contenere entro i 2 gradi, da qui al 2100, l'aumento delle temperature a livello planetario. Si può riassumere in questi termini la posta in gioco alla COP- 21 che si chiuderà domani a Parigi.
Tanto ambiziosi sono gli obiettivi, quanto deboli appaiono le basi stesse del vertice. È almeno questa l'opinione di Luca Mercalli, in questa intervista alla radio RSI andata in onda lo scorso mese.
"Da quando queste conferenze esistono, e ormai ne sono state fatte venti, non hanno mai dato i frutti sperati per soluzioni incisive alle emissioni che causano i mutamenti climatici".
A imporsi, secondo Mercalli, dovrebbe essere una riflessione più sistematica, che tenga conto anche del ruolo che esercita proprio l'emergenza ambientale come causa scatenante di conflitti e violenze.
Si quantificano intanto in 32 miliardi di tonnellate le emissioni di CO2 riversate ogni anno nell'atmosfera. E non sono affatto confortanti i dati più recenti sull'impatto dei mutamenti climatici. Mercalli sottolinea l'elevato livello delle temperature che si sta manifestando da mesi proprio alle nostre latitudini.
"Abbiamo vissuto una delle estati più calde della storia e i ghiacciai hanno perso una superficie doppia rispetto a quella media degli anni precedenti. Abbiamo in queste ore un autunno fra i più caldi che si siano mai verificati...", ricorda Mercalli, citando quindi i dati da ogni parte del mondo che confermano, una volta di più, la fase di riscaldamento globale del pianeta.
La consapevolezza della gravità della situazione non sembra però ancora far breccia nella comunità internazionale. Permangono divergenze sulle misure da intraprendere e gli Stati Uniti, pur promettendo importanti investimenti per il clima, hanno già fatto capire di non aspettarsi un nuovo accordo vincolante come quello di Kyoto. Ma quali sarebbero i rischi cui si finirebbe esposti in caso di fallimento della Conferenza di Parigi?
"Più tempo perdiamo e più difficile sarà contrastare in futuro l'aumento di temperatura. Sarà quindi possibile solo un adattamento ma non più una mitigazione" dell'impatto del fenomeno, osserva Mercalli.

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 Solo negli ultimi sei anni le catastrofi naturali hanno costretto alla fuga 184 milioni di persone. Sono “migranti climatici”, privi di qualsiasi riconoscimento internazionale. Il tema è qui approfondito con Etienne Piguet, professore di geografia all’Università di Neuchâtel.

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Con un ospite prestigioso - il padre della decrescita Serge Latouche, e con due esperti, Bruno Oberle direttore dell'ufficio federale dell'ambiente e nostro rappresentante alla Cop21 e Francesco Saraceno, economista dell'osservatorio sulla congiuntura di Parigi, la trasmissione radio "Moby Dick",  in occasione dell'apertura del vertice mondiale di Parigi sul clima, ha affrontato la questione epocale del rapporto tra il nostro modo di vita e le sfide climatiche. In altre parole sulla compatibilità tra la crescita economica e la salvaguardia del pianeta.
Siamo pronti a cambiare radicalmente i nostri consumi, a premere sul freno, a cambiare modello, a produrre e consumare in modo sostenibile? Un interrogativo centrale dalla cui risposta dipende il futuro di tutti noi. 

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Superare Kyoto e cancellare il fallimento di Copenhagen. Sono queste le aspettative per la 21esima conferenza sul clima che inizia oggi, 30 novembre 2015, a Parigi. 
Andare oltre il protocollo di Kyoto, adottato al termine di convulsi negoziati, perché di fatto disatteso da pressoché tutti gli oltre 180 paesi firmatari che si erano impegnati a ridurre, in maniera legalmente vincolante, le emissioni di gas serra tra il 6 e l’8 per cento. Ma anche evitare un nuovo compromesso al ribasso come quello raggiunto a notte fonda dopo 12 giorni di trattative tra i 193 paesi partecipanti alla conferenza di Copenhagen, che nel dicembre 2009 si erano salvate le apparenze ma non il clima. 
Solo fra poco sapremo se, quanto, quando e come la Conferenza sul clima di Parigi deciderà di tagliare le emissioni serra. Se fissare dei limiti al CO2, se imboccare decisamente la via dell’abbandono delle energie fossili, e in particolare dare maggior vigore alla “decarbonizzazione”, una strada che sembra ormai senza ritorno, nonostante i 1'200 progetti di nuove centrali a carbone previste in tutto il mondo.
Tra queste, le cinque centrali a carbone previste in Senegal. Come quella di Bargny, vicino a Dakar, al centro del reportage di Stefania Summermatter, giornalista di Swissinfo. Si tratta di uno spaccato di una realtà economica, sociale, ambientale particolare, ma che evidenzia bene le contraddizioni che emergono dal confronto tra gli enormi interessi economici in gioco e le strategie politiche ed energetiche a corto termine. Un fronte compatto che si oppone a nuove emissioni inquinanti per tutto l’ecosistema del pianeta.
Della Conferenza COP21 di Parigi e sugli effetti dei cambiamenti climatici e delle strategie energetiche che ancora puntano sul carbone in Senegal, la radiotrasmissione della RSI "Modem" ne ha parlato qualche giorno fa con Pietro Veglio (presidente della Fosit, la Federazione delle ONG della Svizzera italiana, già direttore esecutivo per la Svizzera alla Banca mondiale) e con Antonio Bombelli (tra i responsabili della divisione sugli impatti del cambiamento climatico sugli ecosistemi del Centro Euro-mediterraneo).

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L’allarme recentemente lanciato da Swissgrid, la Società che gestisce la rete elettrica in Svizzera, più che fare paura dovrebbe far riflettere. Se la prolungata siccità di questo autunno/inverno - combinata con altri fattori “strutturali” – continuasse, l’approvvigionamento energetico di provenienza idroelettrica verrebbe messo seriamente sotto pressione. La poca acqua nei fiumi può diventare un fattore aggiuntivo negativo preoccupante.
Mentre a Parigi si discute delle possibili conseguenze dei mutamenti climatici in atto, chi osserva il paesaggio svizzero con i suoi ghiacciai, i suoi corsi d’acqua e le sue centrali idroelettriche non può esimersi dal riflettere sul futuro degli ecosistemi naturali ed energetici della Svizzera.
Ospiti: Corrado Noseda, Presidente di ESI (Elettricità della Svizzera Italiana) e di AGE;
Giovanni Kappenberger, glaciologo e ricercatore;
Fosco Spinedi, meteorologo di MeteoSvizzera.


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È in dirittura d'arrivo la conferenza mondiale sul clima: dopo le dichiarazioni politiche, vedremo quali accordi verranno presi dai tecnici e dai negoziatori. Gli auspici, da parte di tutti, è che siano quantomeno accordi vincolanti. Perché? Ce lo spiega in questa intervista alla radio RSI Luca Mercalli, ospite recentemente dell’Università della Svizzera italiana dove ha tenuto una brillante ed incisiva conferenza.

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Jeffrey Sachs, economista statunitense, direttore dell'Istituto della Terra della Columbia University di New York, ha una speranza: che all'analisi scientifica faccia seguito, dopo Parigi, un impegno politico che consenta una vera e propria svolta energetica. Vediamo qui in che modo.


Update 12/12

10'000 delegati, 195 paesi, 150 capi di stato, dodici giorni di discussioni, speranze, proteste, polemiche. Si chiude il vertice mondiale sul clima di Parigi: il più importante e imponente di sempre e, secondo molti esperti, anche l’ultimo in tempo utile per evitare la catastrofe che il riscaldamento climatico ha già innescato in varie parti del mondo. Ormai anche i più ottimisti concordano: qualsiasi accordo si raggiunga, probabilmente non sarà sufficiente a evitare l’aumento delle temperature oltre la pericolosa soglia dei 2 gradi centigradi sopra le medie pre-industriali. Che cosa significa, in concreto? Quali saranno gli esiti di questa Cop21, le soluzioni proposte, i risultati raggiunti?
Lo spiegano gli ospiti della trasmissione radio "Il Giardino di Albert" di sabato 12 dicembre in una puntata speciale in diretta che accoglierà Veronica Cagiagli, presidente dell’Italian climate network, Valerio Calzolaio, già sottosegretario al Ministero dell’Ambiente italiano e consulente ONU, e Pio Wennubst, ambasciatore e direttore della Cooperazione Globale presso il Dipartimento federale cooperazione e sviluppo.

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