Dopo l'accordo, la sinfonia. Prima che sia troppo tardi

Professore presso l'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima dell'ETH di Zurigo, Reto Knutti è uno dei migliori esperti del settore - tra i principali autori della prima parte (WG1) del più recente rapporto dell'IPCC, pubblicato nel 2014. Ecco cosa ne pensa dello storico accordo sul clima di Parigi.






Cosa ne pensi dell'accordo sul clima ottenuto alla COP21 a Parigi?
Anche se ci si aspettava che fosse basato su impegni presi volontariamente dai Paesi, questo accordo è notevole, in quanto comprende alcuni elementi importanti e forti, persino più forti del previsto. Uno di questi punti è che il testo non solo fissa la soglia dei 2 °C in più entro il 2100 per ciò che concerne l'aumento della temperatura media globale, ma aggiunge che in realtà si sta mirando ben al di sotto di questo limite, essendo l'ambizione quella di raggiungere al massimo i +1,5 °C. Questo punto è stato oggetto di ampio dibattito, alcuni Paesi - come l'Arabia Saudita -  non volevano tale indicazione nel testo.

Ma questo valore di +1,5 °C è scientificamente realistico? Non potrebbe essere una manovra politica per soddisfare gli Stati insulari, che esigevano che questa cifra fosse menzionata nel testo finale per poterlo sostenere?
È parzialmente corretto: c'è - di sicuro - una parte di spiegazione politica, e ciò permette a questi Paesi insulari di continuare a menzionare la necessità di puntare a questa soglia più bassa. Sono d'accordo che oggi, scientificamente, sia improbabile che si riesca a non aumentare la temperatura media globale di soli di 1,5 °C entro il 2100. Tuttavia, di per sé,  questo è un limite non impossibile da raggiungere, a condizione ovviamente di accelerare la decarbonizzazione del sistema economico. Oppure occorrerà passare in primo luogo attraverso un aumento di 2 °C , poi per una drastica diminuzione. D'altra parte, però, l'interesse è proprio che una tale formulazione mantiene sempre aperta la possibilità di rivalutare, in qualsiasi momento, lo stato in cui l'umanità si trova, in termini di emissioni di gas serra, e di agire di conseguenza, se necessario. Perché onestamente, nulla di questo problema sarà risolto non solo se alla partitura odierna non faremo seguire un concerto ma anche e soprattutto se la partitura futura fosse composta con il solo accordo odierno. Fare un piano e attenersi a questo per i prossimi 100 anni sarebbe una strategia inefficace. È necessario vedere come la situazione si sviluppa, poter rifare il punto della situazione scientifica alla luce di nuove conoscenze per poter fornire le migliori risposte.

A proposito della soglia termica prospettata dei 2 °C: tu sei stato parecchio critico nei confronti della formulazione di questo valore, in un recente paper di cui eri co-autore hai anche spiegato in dettaglio le basi della tua critica. Puoi riassumerne l'essenziale?
Come presentato, questo valore di 2 °C sarebbe una linea rossa da non superare, con gravissime conseguenze al di sopra e più o meno accettabili al di sotto. Ed è vero che ci sono prove scientifiche che sostengono questo limite: ci sono studi che dimostrano che con un riscaldamento di più di 2 °C entro fine secolo, si innescherebbero parecchi punti di non ritorno potenzialmente molto pericolosi, come una forte accelerazione della fusione della calotta di ghiaccio della Groenlandia. Tuttavia, questo valore è contestato. Perché per taluni aspetti, l'attuale riscaldamento globale è già catastrofico, mentre per altri, gli effetti più gravi si fanno ancora attendere. Fissare un riscaldamento a 2 °C è parzialmente arbitrario, la mia critica si basava su questo. Ci sono certamente argomenti a favore di questa posizione, ma credo che questo dibattito, in fin dei conti,  adesso sia irrilevante. È troppo tardi per interrogarsi su obiettivi a lungo termine, dobbiamo agire ora per ridurre le nostre emissioni di CO2 in atmosfera. Il rischio di fissarsi troppo su un valore a lungo termine è quello di perdere di vista la questione cruciale emersa dai negoziati e dall'accordo finale: quello di 'decarbonizzare' le nostre economie e di farlo in fretta. È un po' come se ci trovassimo in una casa in fiamme e ci si riunisse per decidere quale sia la strada migliore da prendere per uscire, quando invece occorrerebbe fuggire con urgenza!

Ma allora perché, prima della COP21, si è mantenuto questo valore?
Gli Stati che hanno fissato questo obiettivo alla conferenza sul clima a Copenaghen nel 2009, non si basavano su conoscenze scientifiche, e hanno incluso anche considerazioni più politiche. Poiché fissare un obiettivo climatico implica la determinazione di quali conseguenze del riscaldamento globale siano accettabili per la società, in funzione degli sforzi da intraprendere per evitarle, sforzi che hanno pure un costo. È un po' come quando si sceglie il limite di velocità da imporre sulle strade, soppesando il rischio di incidenti e la necessità di garantire l'efficienza del trasporto. Sulla base di questo tipo di argomenti, la scelta del limite ottimale non spetta agli scienziati, bensì alla società nel suo insieme.

Torniamo all'accordo ottenuto: un meccanismo di revisione degli impegni è stato istituito e sarà applicato ogni cinque anni. È sufficiente, o troppo lassista? 
L'inserimento di questo punto nell'accordo era fondamentale. Quando si effettua un piano, è illusorio credere che tutto cambierà dall'oggi al domani. Se il piano è fatto su 5 o 10 anni, se dobbiamo pianificare a lungo termine, sarebbe inutile un controllo troppo prematuro, l'anno successivo per esempio.


Tuttavia, l'accordo non fa menzione di "punizione" per i Paesi che non rispettano i loro impegni...
È vero. Il testo contiene due punti deboli. Il primo è che fin dall'inizio sapevamo che gli impegni dei Paesi erano insufficienti per non superare i +2 °C. Dobbiamo quindi fare di più. La speranza è che, avendo ora un obiettivo chiaro, gli Stati rafforzeranno i loro obiettivi di riduzioni di gas serra, e che ci saranno pressioni politiche per fare di più. In secondo luogo, sappiamo che faranno fatica a mantenere le loro promesse in questo settore, e che non ci sarà nessuna "punizione". Ma è così che funzionano i negoziati internazionali: al di là di una certa pressione politica o economica, rimane molto difficile punire un paese se non onora i propri impegni. Detto questo, i negoziati hanno prodotto un accordo accettato all'unanimità. Ora è come fare una maratona: sappiamo che vi è un traguardo, e la distanza è di 42 km. Non rimane altro che doverla correre. Nell'ambito climatico è come se stessimo facendo l'ultimo allenamento prima della partenza.


Un altro punto chiave del testo è la menzione della necessità di ottenere una "neutralità carbonica", anche - se del caso -  con l'annullamento del surplus di emissioni tramite altri mezzi, come ad esempio la cattura e sequestro del carbonio. Cosa ne pensi?
Si tratta di una dichiarazione molto forte, per la quale si è dovuto combattere. Personalmente, non mi aspettavo che passasse. Scientificamente, è chiaro da tempo che l'obiettivo di aumento delle temperature globali è stato fissato alla soglia dei 2 °C (o 1,5 °C , poco importa in questo caso). Un tale obiettivo richiede prima o poi che le emissioni di gas a effetto serra siano ridotte a nulla. Ma le nazioni non avevano mai iscritto questo concetto in un trattato. Fino ad oggi. Con l'accordo di Parigi, per la prima volta, gli Stati accettano questo obiettivo posto dalla scienza che implica un necessario arresto completo delle emissioni. Si tratta di una dichiarazione molto forte per l'economia perché significa la fine dei combustibili fossili. Si può discutere su quando verrà la fine, ma possiamo già dire che i combustibili fossili non hanno più futuro. Non ce l'avevano già prima, ma la differenza è che adesso questo aspetto è sicuro e vincolante. La speranza è che ciò contribuisca ad incoraggiare l'innovazione. Per quanto riguarda la cattura e sequestro di carbonio: l'accordo lascia aperta questa opzione. Detto questo, tutti gli scenari attuali per il futuro prendevano già in considerazione la possibilità di catturare CO2. E lo considero qualcosa di rischioso, poiché non dominiamo ancora questa tecnologia. Se sarà realizzata ad un costo ragionevole e in modo sicuro, questa soluzione potrebbe essere fattibile. Ma il pericolo è quello di confidare troppo su una tecnica oggi ancora immatura. Ma abbiamo ancora qualche decennio per migliorarla, sono ottimista.

In generale, soprattutto negli ultimi anni, possiamo dire che gli scienziati si ritengono stanchi di non essere ascoltati dai politici. Credi di esserlo stato, indirettamente, oggi, con l'accordo di Parigi? E ciò ti incoraggia a continuare?
Questo accordo non è certamente perfetto. E abbiamo capito subito che questo tipo di accordo non avrebbe potuto esserlo, visto tutti i compromessi da fare. Detto questo, viste le difficoltà del passato e le attuali circostanze, questo è il meglio che ci si poteva aspettare - va anche oltre quello che speravo personalmente. Sono contento perché ora abbiamo un obiettivo chiaro (meno di 2 °C ) a seguito di un accordo firmato da tutte le parti, che non si era mai spinto così lontano, finora, in tali negoziati. La scienza, da parte sua, ha contribuito a suo modo, mettendo in evidenza il livello di +2 °C, che i governi hanno capito. Ora sappiamo che cosa intraprendere nella parte "mitigazione": raggiungere emissioni zero. Quello che manca è una valutazione differenziata degli impatti che seguono il limite di aumento di 1,5 o di 2 °C. Si tratta anche di rendere le previsioni climatiche più utili per la parte di "adattamento". Alcune conseguenze sono inevitabili, già oggi. Dobbiamo quindi essere maggiormente in grado di fornire informazioni in materia di agricoltura, di salute, di prevenzione delle inondazioni, ecc ... E questo in una scala geografica molto limitata. Questo è l'obiettivo dei "servizi climatici" che devono colmare il divario fra la scienza e il processo decisionale per soddisfare al meglio bisogni locali.

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