Dopo Doha III - Fumo


Guest post di F. Sergent 

«Aiutatemi a fare uscire una fumata bianca», implora Abdullah ben Hamad al-Attiyah, il dignitario del Qatar cui è toccata la presidenza della diciottesima conferenza Onu sui cambiamenti climatici. È singolare, fino ad apparire come segno di autentico smarrimento, il fatto che il presidente musulmano ricorra a una metafora così cattolica.
Siamo a Doha, dopo una settimana di negoziati e un’interminabile notte di affannose consultazioni fra delegati morti di sonno finalmente ecco la fumata. Ma non è affatto bianca, tende piuttosto al grigio, assomiglia maledettamente a quel fumo nero che i combustibili fossili continuano a immettere nella nostra povera atmosfera. L’accordo che conclude un’intensissima settimana di negoziati nella capitale del Qatar è davvero poca cosa. Non tanto rispetto alle aspettative, che erano realisticamente modeste, quanto in relazione alla gravità del problema che le centonovantaquattro delegazioni riunite a Doha erano chiamate a risolvere, o almeno ad avviare sulla strada di una possibile soluzione.


L’accordo di Doha è semplicemente inrterlocutorio: tutto resta com’è nell’attesa di tempi migliori. Niente tagli effettivi delle emissioni di anidride carbonica e altri veleni assortiti, niente impegni per mobilitare risorse finanziarie contro il cambiamento climatico. È stata decisa soltanto l’estensione per altri otto anni del protocollo di Kyoto, lo strumento varato nel 1997 per contenere la produzione di gas con effetto serra, e che nelle conferenze successive doveva essere potenziato e allargato.
Non solo: poiché numerosi paesi industriali, e fra di essi alcuni fra i massimi produttori di anidride carbonica, si sono ritirati aggiungendosi a quelli che già avevano respinto Kyoto, questa seconda fase impegna soltanto gli stati responsabili del quindici per cento della produzione di gas a effetto serra. Rinviata a scadenza imprecisata anche la decisione sugli aiuti finanziari che avrebbero dovuto aiutare i paesi poveri a fronteggiare in modo sostenibile la necessità di energia per lo sviluppo.

«Il meglio è nemico del bene», aveva detto Attiyah pregando che si superassero i punti di contrasto per arrivare a un accordo. Può darsi, ma se questo è il bene…
Ora si confida nella preparazione di un nuovo trattato, che dovrebbe impegnare tutti i paesi del mondo: l’obiettivo è approvarlo nel 2015 e farlo entrare in vigore nel 2020, alla scadenza della fase due del protocollo di Kyoto. Purtroppo il clima, non soltanto atmosferico ma anche negoziale, è assai perturbato. Il mondo è scosso da una crisi economica e finanziaria che produce su questa materia due effetti contraddittori.
Da una parte la diminuita produzione industriale porta a una relativa riduzione delle emissioni di gas nocivi, dall’altra le difficoltà di bilancio limitano sia gli investimenti nelle energie alternative, sia più in generale la motivazione ad affrontare seriamente la malattia del pianeta che rischia di diventare incurabile.

Di fronte alla scarsa volontà operativa che si è manifestata una volta ancora a Doha, sta infatti la drammatica realtà di un mondo aggredito da fenomeni sempre più devastanti. L’attualità ne è piena: l’uragano Sandy che ha devastato i Caraibi e la costa est degli Stati Uniti, provocando la morte di centinaia di persone, dall’altra parte del globo il tifone Bopha che ha sconvolto le Filippine e di vittime ne ha fatte anche di più. Si tratta di eventi fuori dalla norma. È vero che i cicloni ci sono sempre stati, ma la novità consiste nel fatto che cominciano a imperversare anche su aree una volta risparmiate da questi fenomeni. Inoltre si accelera lo scioglimento dei ghiacci polari e dei ghiacciai montani, conseguentemente s’innalza il livello dei mari e ci sono paesi insulari del Pacifico ormai con l’acqua alla gola, mentre in tutto il mondo centinaia di città costiere s’interrogano sul loro futuro.
Si direbbe che a questo quadro, ormai sotto gli occhi di tutti, non corrisponda la determinazione di correre ai ripari: come se si trattasse di esagitati slogan ambientalisti. Non è così, il fenomeno del clima che cambia e le sue possibili evoluzioni in rapporto alle emissioni dei gas serra, responsabili del progressivo riscaldamento del pianeta, sono ormai un drammatico tema di cronaca e un’acquisizione scientifica.

Nei corridoi della conferenza circolava uno studio, secondo il quale ci sono attualmente nel mondo milleduecento progetti di nuove centrali a carbone. Il carbone è di gran lunga il più inquinante fra i combustibili fossili: se anche soltanto in parte quelle centrali fossero costruite, la produzione di anidride carbonica potrebbe raggiungere quella che gli scienziati indicano come soglia dell’irreversibilità.
Un altro studio rivela che gli aiuti pubblici per la produzione di energia attraverso la combustione di materiali fossili sono stati nel 2011 sei volte superiori a quelli stanziati per incoraggiare il ricorso alle energie rinnovabili.
Per non parlare di un’analisi della Banca Mondiale, che ipotizza quello che accadrebbe nel caso la temperatura media s’innalzasse di altri quattro gradi. Questo il quadro: incendi su scala continentale, ondate di calore, siccità, inondazioni, trombe d’aria e d’acqua, la morte della vita negli oceani, l’umanità bersagliata da fame e epidemie. In una parola, l’apocalisse.
Secondo la scienza climatologica, il punto di non ritorno si colloca attorno ai due gradi: se si supera questo livello dell’innalzamento medio della temperatura, gli sconvolgimenti potrebbero avviarsi verso una spirale non più controllabile.

Eppure manca ancora la percezione precisa del disastro che incombe. L’attività dei centri di ricerca sul clima, delle organizzazioni non governative, dei movimenti ecologisti, non basta a mobilitare l’opinione pubblica e tanto meno coloro che la rappresentano.
A Doha, in margine alla conferenza, alcune centinaia di gruppi espressi dalla società civile, giunti nel Golfo da ogni parte del mondo, hanno attivamente manifestato, ma la loro speranza di impegni più stretti e più vincolanti è andata amaramente delusa. Gli ambientalisti hanno distribuito come sempre le loro bocciature ai paesi avvelenatori: quest’anno è toccato alla Russia, al Giappone, al Canada, alla Nuova Zelanda, che hanno raggiunto gli Stati Uniti nel fronte di resistenza a impegni troppo vincolanti  (...).

Il problema dei cambiamenti climatici e la difficoltà di affrontarlo poggiano su due contraddizioni apparentemente insanabili.
La prima è quella fra economia e ecologia: in realtà gli studiosi più aggiornati hanno dimostrato che i due ambiti sono compatibili, ma soprattutto in tempi di crisi, quando incombe la disoccupazione con annessi pericoli di marasma sociale, la necessità del rispetto ambientale sembra passare in secondo piano.
La seconda contraddizione contrappone i paesi sviluppati da quelli che devono ancora svilupparsi: i primi hanno avvelenato il pianeta e ora chiedono ai secondi di non imitarli. Il mondo dei poveri trova comprensibilmente ingiusto non potere ricorrere a quei consumi di energia che hanno permesso agli altri di arricchirsi attraverso l’industrializzazione. Perchè proprio loro devono accollarsi i maggiori costi dello sviluppo compatibile? D’altra parte è anche vero che se l’intero pianeta segue l’esempio dei ricchi, semplicemente si autodistrugge.

Fra queste realtà un compromesso è insieme necessario e urgente. Per questo le Nazioni Unite hanno lanciato le conferenze sul clima. Il punto è che le Nazioni Unite possono incidere sul problema soltanto se i suoi membri si mettono d’accordo. Per ora, nonostante il monito ormai così frequente dei gravissimi disordini meteorologici, l’accordo sembra davvero lontano.
Il mondo è già fortemente indisposto e con tutti quei pennacchi neri che salgono da milioni di ciminiere rischia di diventare un malato terminale. Questa prospettiva dovrebbe indurlo a un’elementare misura d’igiene planetaria: smettere una buona volta di fumare.

Commenti

  1. Bel pezzo. Riprende e sintetizza discorsi che avevamo già fatto tempo fa. Chi paga ? Anzi chi é disposto a pagare ? Io (qualcosa) pagherei ma forse é proprio quel limitarsi a qualcosa che non basta.

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