martedì 29 giugno 2010

Alpi nel tempo /1



Estratti rizomatici da recenti studi, presentazioni, pubblicazioni, convegni et similia con fil rouge le Alpi fra passato remoto e futuro prossimo. Focus particolare su quelle svizzere.

Post in 2 parti. Oggi il passato.




(Joshua Peterson)






Alpi durante l'ultimo massimo glaciale (LGM)

Ho assistito recentemente alla presentazione in italiano (da parte di uno dei co-autori per il sud delle Alpi) della nuovissima carta delle Alpi svizzere durante il LGM. Questa carta rinnova e aggiorna quella bellissima opera d'arte che era il vecchio e unico modello esistente per le Alpi (migliaia di studenti delle scienze geofisiche ma anche delle scuole superiori l'hanno sicuramente consultata): la carta di Heinrich Jäckli datata 1962 (e riedita nel 1970).

Qui (purtroppo solo in francese e tedesco) un po' di documentazione.


La nuova carta è molto più dettagliata e sostanzialmente diversa dalla precedente nonché arricchita di notevoli contributi locali. Interessanti alcuni aggiornamenti inseriti con cura e che sono il frutto di ricerche e nuovi apporti risalenti agli ultimi 10-15 anni. Per es. il Giura (fino a poco tempo fa ritenuto libero da formazioni glaciali) ricoperto da ghiacciai propri, e il sud delle Alpi, caratterizzato da un clima diverso rispetto al nord.

“Il modello precedente proponeva a sud estensioni ghiacciate in un certo senso specchiate rispetto al nord delle Alpi” ha spiegato il relatore. “La carta di oggi rileva a sud lobi glaciali molto più frastagliati perché già ai tempi delle glaciazioni c'erano differenze climatiche più marcate tra nord e sud. Qui i ghiacciai venivano alimentati da forti precipitazioni nevose sulle alte cime, analogamente a quanto succede oggi nella Nuova Zelanda. Aspetto confermato da grossi accumuli glaciali nell'Engadina, nella regione del Reno Anteriore e nell'Alto Vallese”. Tanto da far ipotizzare, ad es., un cambiamento di nome per il ghiacciaio che scendeva dall'Alto Vallese verso il Lemano: da "ghiacciaio del Rodano" (che in realtà doveva probabilmente estendersi verso nordovest e verso sud) a "ghiacciaio del Vallese", vista la sua principale sorgente di alimentazione riscontrabile fra il Cervino e il Monte Rosa.


Alpi fra l'anomalia climatica medievale (MCA) e la piccola era glaciale (LIA)

Sintesi di alcune recentissime presentazioni dall'EGU2010:

. qui alcuni autori - utilizzando registrazioni isotopiche glaciali molto stabili e dopo "scrematura" da vari biases (per es. l'origine atlantica o mediterranea degli apporti pluviometrici condiziona la stabilità degli isotopi) - hanno ricostruito l'andamento termico estivo dell'ultimo millennio.
Risultati: condizioni persistentemente calde fra il 980 e il 1100, poi graduale declino termico - caratterizzato da forte variabilità decennale - fino al 1500, intervallato però da un paio di brevi periodi ancora caldi (comparabili a quelli del XX secolo) e da 4 brevi periodi molto freddi. Dopo il 1500, la LIA ha conosciuto comunque 3 periodi caldi, prima dei 2 massimi dell'epoca recente attorno agli anni 40 e negli ultimi decenni.

. qui altri autori hanno ricostruito - mediante amebe subfossili, isotopi stabili e pollini - la storia idrologica dell'ultimo millennio nell'Alta Engadina (Alpi svizzere sudorientali).
Risultati: forte variabilità secolare e decennale. Ai 3 secoli umidi fra il 1000 e il 1300 circa, con massimo a fine periodo, segue una riduzione graduale degli apporti idrici fin quasi alla fine del XVI secolo, poi torna un breve periodo molto umido e anche freddo (fra il 1580 e il 1630), fra la seconda metà del XVII secolo e l'inizio del XVIII secolo l'umidità decresce, a seguire nuovo periodo umido per gran parte del 1700 e fino al 1850, con massimo assoluto fra fine 1700 e inizio 1800. Infine, nell'ultimo periodo strumentale, i risultati confermano il graduale trend al ribasso accompagnato dall'incremento termico.

. infine qui altri autori hanno ricostruito trend e variabilità intra-annuale delle temperature invernali (ottobre-aprile) fra il 1100 e il 1500, utilizzando sedimenti lacustri dal lago Silvaplana.
Risultati: forte variabilità interdecennale sovrimposta ad un trend raffreddante dal 1400 in avanti. Una comparazione con le T estive (ricostruite in altri studi affini nello stesso luogo, vediqui) mostra anche forti fluttuazioni nella variabilità intra-annuale, mentre una comparazione con i principali forcing mostra che, durante il periodo in esame, forti eruzioni vulcaniche tropicali hanno coinciso con inverni relativamente miti (tipici da AO+).

Da notare che esiste già un'ampia banca dati tratta dal progetto HISTALP (per gli ultimi secoli) e ALP-IMP.



Nel prossimo ed ultimo post, parleremo delle Alpi oggi e in proiezione futura.


To be continued....

domenica 27 giugno 2010

Fluttuazioni pacifiche

Il pendolo pacifico si sta riportando velocemente dall'altra parte e la Nina sta riemergendo alla grande.
In questi ultimi 12 mesi l'energia si è scaricata in modo massiccio, inducendo forte convezione profonda sulle regioni tropicali a SST più elevate (vedi ad es. le alluvioni sul nordest del Brasile e in Cina meridionale), l'umidificazione dell'atmosfera associata ha favorito la forte perdita di calore che sta velocemente riportando il Pacifico verso una situazione tipicamente Nina-like. Sta per partire un nuovo evento di Nina, probabilmente - a giudicare dalle forti anomalie delle sea temperatures subsuperficiali, dall'esplosivo change rate delle SST nella "sensibile" zona Nino 3.4 e dell'indice atmosferico SOI, solitamente un po' laggato rispetto alle SSTA - più forte di quello del 2007/08. Anche il rally stocastico dell'Oscillatore dei Venti Globali (GWO, indicatore che mostra come varia il momento angolare relativo globale in atmosfera) denota una tendenza chiara verso una configurazione Nina-like.

Evidentemente cambieranno molte cose nei prossimi mesi.

L'ENSO è *la sorgente principale* della variabilità interannuale del sistema oceano-atmosfera-terraferma: andando ad interagire con tutti i principali raccordi atmosferici fra una cella e l'altra, modifica la circolazione globale, la forza e la direzione dei jetstreams, il windshear, l'Oscillatore dei Venti Globali, la forza degli alisei, le zone di evaporazione e quindi modifica SST in altre aree oceaniche e distribuzione e intensità delle precipitazioni, riconfigura zone di convergenza e divergenza, convezione profonda e quindi anche albedo, modula assorbimento e rilascio naturale di CO2....
È talmente importante che, secondo alcuni recenti studi sull'associazione fra ciclo solare e SST oceaniche (via influenza termica della bassa stratosfera), l'ENSO agisce da mediatore fra il sole e il clima.

In generale il Nino scalda il pianeta (soprattutto la troposfera tropicale), viceversa la Nina tende a raffreddarlo. Ma non ovunque e sempre allo stesso modo e non in modo lineare! Principalmente El Nino scalda il pianeta in 4 modi, 3 dei quali sono meramente radiativi e uno idrodinamico/radiativo:

1) riduce l'albedo nel Pacifico (l'acqua più calda sfavorisce la formazione di nubi basse altamente riflettive);

2) inietta grandi quantità di vapore acqueo nell'atmosfera;

3) aumenta le temperature nella media troposfera tropicale, perché, aumentando l'evaporazione, su acque particolarmente calde diventa più frequente la convezione profonda con un significativo aumento di calore latente trasferito nella medio-alta troposfera dove il vapore ricondensa (da notare che, nel budget dei flussi di energia, poco più del 15% dell'emissione terrestre nell'IR è fornito dal flusso di calore latente dalla superficie verso l'atmosfera e questo valore, pari a 80 Wm^-2, viene ampiamente influenzato dalle T delle warm pools tropicali - soprattutto quella indo-pacifica - e dall'ENSO) → riduzione del gradiente termico lungo l'adiabatica satura, le temperature aumentano più in quota che in superficie;

4) al di fuori delle regioni tropicali, il riscaldamento indotto dal Nino è principalmente da ricondurre a cambiamenti persistenti delle configurazioni bariche e della circolazione atmosferica forzati dal Pacifico tropicale. L'influenza dell'oceano Pacifico si manifesta sulla variazione atmosferica sia attraverso dispersione di Rossby waves planetarie a partire dalle regioni con convezione profonda associata a divergenza orizzontale al livello dei jet dell'alta troposfera, sia attraverso cambiamenti nelle circolazioni cellulari di Hadley e di Walker con tendenza a riscaldare l'atmosfera nei loro rami discendenti. Per cui, ad es., nelle regioni nelle quali il Nino riduce le precipitazioni (es. Australia, Asia sudorientale, alcune parti dell'Africa e la parte settentrionale del Sudamerica), un aumentato flusso di radiazione solare incidente contribuisce al riscaldamento superficiale fino ad alcuni mesi dopo il picco dell'evento. Le teleconnessioni (azione sui jet dalle Rossby) contribuiscono al riscaldamento estensivo su buona parte del Nordamerica nordoccidentale (PNA+), ma sull'Eurasia il suo influsso e più debole, variabile e spesso opposto (come abbiamo vissuto lo scorso inverno, ma su questo punto ci tornerò in un futuro post).


La Nina agisce perlopiù in senso opposto a quel che ho descritto nei precedenti 4 punti.

In più, come già detto, l'ENSO modula assorbimento ed emissione naturale di CO2.
Le fluttuazioni interannuali nel rateo di crescita della CO2 che si possono osservare ad es. qui (se ne parla anche in questo post dell'Effetto Cassandra), infatti, sono proprio dovute all'ENSO (vedi per es. qui, qui, qui o qui) e alle sue notevoli implicazioni su oceani, atmosfera e biosfera. Vengono modificati, di volta in volta, gli equilibri naturali delle sorgenti e dei pozzi di carbonio. Quando emerge, il Nino tende in primis ad influenzare la componente oceanica del sistema biogeochimico associato al ciclo del carbonio e a ridurre provvisoriamente il rateo di crescita della CO2. Da un lato, infatti, diminuisce l'upwelling di acque fredde e ricche di nutrienti e di carbonio nel Pacifico tropicale orientale: questo porta ad avere acque superficiali più calde, indi riduzione del degassamento di CO2 da questa regione (che è una delle principali sorgenti oceaniche di CO2 naturale). Dall'altro, la diminuzione di biomassa e di fitoplancton indotta dal Nino - che di per sé tende a ridurre la capacità di assorbimento di CO2 da parte di quell'ampia porzione di oceano – aumenta l'efficienza della pompa biologica (il gradiente fra superficie e profondità oceaniche del carbonio inorganico disciolto, controllato dalla biocenosi marina) contribuendo ad aumentare il flusso di carbonio verso l'oceano.

Appena il Nino entra nella sua fase matura (e per diversi mesi a seguire), poi, prevalgono gli effetti sulla componente atmosferica e biosferica terrestre del sistema e in questo caso vengono favorite le emissioni di CO2. Infatti i picchi in concomitanza con le fasi mature del Nino, oltre alla già segnalata diminuzione di fitoplancton in oceano, si possono spiegare con gli effetti meteorici che il fenomeno induce su ampie regioni continentali ai margini del bacino oceanico e coperte da vegetazione pluviale. È ben noto che al Nino sono associate riduzioni di precipitazione e maggiori siccità nel sudest asiatico (per es. in Indonesia) e in Amazzonia: queste siccità favoriscono un aumento degli incendi della foresta pluviale, aumento che a sua volta causa questi picchi nell’emissione della CO2 (vedi ad es. qui o qui); la combustione di biomassa e dei depositi di carbone e torbe superficiali presenti soprattutto in Indonesia provoca emissione diretta di CO2 e, per le foreste, perdita funzionale di fotosintesi con relativa diminuzione di pozzi di stoccaggio naturale del gas serra.

In caso della Nina, il tutto più o meno si rovescia: maggior degassamento dal Pacifico tropicale orientale all'inizio e poi soprattutto minori effetti siccitosi e incendiari sulla biosfera terrestre in seguito, oltre all'aumento della produzione di fitoplancton in oceano.

In sintesi: circa i 2/3 delle fluttuazioni interannuali osservate nel rateo di crescita della CO2 atmosferica sono imputabili agli effetti che l'ENSO produce sulla biosfera terrestre, il rimanente terzo è invece guidato dagli effetti sull'oceano.

martedì 22 giugno 2010

Abissi e magneti artici /1


(Daisy Gilardini)

L'Artico è entrato in uno stato molto precario, nel quale non è difficile scorgere il principio di una transizione verso un nuovo tipo di equilibrio dinamico instabile che lo porterebbe verso una situazione....abissale.
Moltissime le implicazioni in gioco: prevalenti, ovviamente, quelle climatiche e meteorologiche. Su queste MS dedicherà, nei prossimi mesi, altri post (oltre a quelli già pubblicati, per es. qui o qui), prendendo spunto anche da alcuni lavori presentati in vari recenti meeting sull'Artico (per es. questo o questo). [Update: situazione ad inizio della stagione estiva 2010 ancora e già molto precaria, vedi questo post sul thread dedicato all'Artico del forum di MNW].

Numerose anche quelle ecologiche e socio-economiche: dalla situazione precaria delle comunità che vivono nell'area, agli impatti sugli ecosistemi, dagli enormi interessi in gioco di tipo commerciale, a quelli di tipo energetico ed economico.










Questo video di presentazione del meeting sullo stato dell'Artico (SOA), tenutosi lo scorso mese di marzo al mitico Hyatt Regency di Miami (il sottoscritto era lì lì per recarsi, ma impegni di forza maggiore, purtroppo,...), ne riassume didatticamente i principali punti nevralgici (qui gli archivi video del meeting, qui gli abstract). In questo secondo video (webcast dalla recente confernenza di Oslo dell'IPY), invece, David Barber presenta una Lecture plenaria sullo stato dell'Artico e sullo spessore del pack in epoca di climate change.


Evidentemente, oltre ad essere sull'orlo di un abisso difficilmente - ad oggi - immaginabile, l'Artico funge anche da magnete, per i motivi spiegati sopra.
Il mondo si gira verso l'Artico, e per molte importanti ragioni. Attira sempre più risorse destinate alla ricerca, attira sempre più curiosità (esiste oggi un turismo attratto dall'Artico per poter osservare con i propri occhi gli effetti del cambiamento climatico in queste regioni così fragili) figlie del voyeurismo dei nostri tempi, attira sempre più l'interesse di chi ci specula già sopra sin da oggi e per questo si mette ai ripari da probabili future contese sul riconoscimento geopolitico di territori marini prima ghiacciati (qui un report sulla giusidizione marittima e sui confini dei territori artici)...
...e tutto questo favorito dall'apertura di nuove rotte navali estive impensabili fino a qualche anno fa.
Di tutto questo (e d'altro) se ne è discusso al meeting dell'AFT lo scorso gennaio a Tromsoe e se ne ridiscuterà anche a gennaio 2011.

Tre soli dati: quasi 1/4 delle riserve mondiali di idrocarburi potrebbero essere accessibili in pochi decenni, con le Big Oil Sisters a fare ovviamente la voce grossa; l'Artico rimane un polo molto ricco di svariate risorse, molte di queste - ai margini dell'oceano - sono di tipo minerario; si stima che quasi 1/3 del gas naturale e il 13% del petrolio non ancora non scoperti e sfruttati potrebbero trovarsi in questi territori a nord del circolo polare artico.


(Daisy Gilardini)

domenica 20 giugno 2010

It's the sun, stupid!/ 4 | tropismi...galattici

Definisco, metaforicamente, tropismi (in questo specifico tema) alcune affascinanti teorie con radici abbastanza lontane nel tempo ma solo recentemente emerse con nuova linfa e salite sulla ribalta, teorie con sostanza fisica di fondo che cercano di aggiungere nuove sfaccettature alla tanto discussa relazione fra il sole e il GW. Queste, così come alcune di quelle che segnalerò nelle prossime parti, definiscono un pattern che vede il sole come indirect driver del GW.
In una delle prossime puntate [post previsti nel corso dell'estate], userò invece un altro termine per alcune delle teorie più "bizzarre" con poca sostanza fisica di fondo (vuoi perché troppo "inquinate" da biases, vuoi perché troppo deboli, vuoi perché....davvero dissonanti ;-) affiorate di recente e che spesso si leggono in giro.
E da ultimo, poi, vedremo le modalità attraverso le quali il sole effettivamente influisce sul sistema oceano-atmosfera, e vedremo se ciò possa - anche solo parzialmente - contribuire a spiegare con una certa significatività il GW. Questa la linea tracciata che chiuderà il topic sul sole.

Questa prima categoria di teorie la suddivido in 2 sostanziali sottogruppi: (#1) quello che comprende l'influenza dei raggi cosmici galattici (GCR) e (#2) quello che fa capo all'attività geomagnetica del sole (GMA). Ad ognuno dei gruppi dedico un post.

Cominciamo con ...... i "tropismi galattici".



(#1) GCR: uno degli aspetti più discussi e su cui, fra l'altro, il CERN sta effettuando un ben noto esperimento (CLOUD). Riassumiamo velocemente quel che già si sa e poi vediamo i punti più discussi e cosa ci dicono i più recenti studi a riguardo:

la teoria dice che:

(a) la nuvolosità bassa (cumuli, stratocumuli e soprattutto strati), uno dei parametri più importanti nella determinazione dell'andamento termico globale - via albedo e associato mutamento del bilancio radiativo -, è influenzata dalla concentrazione di nuclei di condensazione (CCN), aerosol prodotti da varie sorgenti (polvere e sabbia, sale e materiale organico marino, black e organic carbon...) che dunque possono agire da forzante radiativa;
(b) la loro produzione è a sua volta influenzata dal processo di ionizzazione;
(c) processo a sua volta influenzato dall'intensità dei GCR che penetrano in atmosfera;
(d) intensità a sua volta modulata dalla forza del vento solare (nella forma di particelle energetiche che ne possono mascherare il flusso in arrivo sulla Terra), la fanno variare - nel corso di un ciclo - fino al 15%;
(e) vento a sua volta "controllato" dall'attività radiante e dalla forza magnetica del sole emanata dalle sue cicliche macchie e dalle facole (fenomeni indotti dalle caratteristiche magnetiche del sole).

Questa, a grandi linee, la base della teoria. Ecco qui un breve video che ne spiega i punti essenziali:



Che i GCR avessero qualche influenza sui processi atmosferici soprattutto associati alla condensazione e formazione di nuvole, è qualcosa che si sospettava già da molto tempo (sin dalla fine del XIX secolo con gli esperimenti d i C. T. R. Wilson, e poi ancora verso la metà del XX secolo, quando fu suggerita per la prima volta la connessione fra GCR e clima attraverso modulazioni solari: si veda ad es. qui). Fu però solamente a partire dagli anni 70 che il fenomeno fu studiato più a fondo. Finché negli anni 90 il danese Henrik Svensmark divenne famoso per aver elaborato una teoria abbastanza sostanziosa e che riconciliava alcuni elementi del puzzle fino ad allora ancora difficilmente incastrabili (si veda il primo paper con Friis-Christensen, o anche qui). Ancora oggi, più di un decennio dopo quel famoso lavoro di Svensmark, ci si rifà a lui e ai suoi scritti, alle sue belle correlazioni statistiche e ai suoi esperimenti di laboratorio (pur con tutte le enormi incertezze a riguardo: il laboratorio *non* è l'atmosfera reale!) come base di partenza e campo di expertise sul tema.
Questo lavoro di Carslaw et al. pubblicato nel 2002 (e aggiornato un paio di anni fa) ne riassume i punti basilari. Da notare che recentemente lo stesso Svensmark ha proposto un'altra modalità con la quale l'ipotesi GCR-nubi basse sembrerebbe manifestarsi: quella associata alle improvvise ed effimere diminuzioni dei GCR (eventi Forbush, dal nome dell'astrofisico che li scoprì) in occasione di forti, improvvise e fiammanti emissioni di massa dalla corona del sole.
Ciò che sostanzia le connessioni causali fra le 5 parti elencate sopra sono relazioni fisiche conosciute: ad es. la (a) e il suo importante ruolo nel bilancio radiativo globale e quindi nel cambiamento climatico, la (b), la (d) e la (e). Le lacune più grandi si trovano, ad oggi, nel legame (c). Ma anche alcune altre associazioni non sono evidentissime. Vediamo.

l'esame dei fatti e dei processi fisici coinvolti dice che ci sono alcuni punti ancora poco conosciuti e molto discussi e/o discutibili

. prima connessione (a): formazione/durata/proprietà delle nuvole basse dipendono da molti fattori, non basta tener conto solo della produzione di aerosol CCN ma per es. anche del contenuto di vapore, del mutamento nell'evaporazione e nella localizzazione delle sue principali sorgenti, dei cambiamenti nella temperatura dell'aria con relativa riconfigurazione del ciclo idrologico associato allo stesso GW, dei vari feedbacks ecc.
E poi andrebbe anche tenuto conto del fatto che non è soltanto la copertura nuvolosa a determinare un effetto apprezzabile sulle temperature globali attraverso un mutamento nel bilancio radiativo, ma pure lo spessore ottico delle nubi (COT). E qui entrano in gioco anche possibili contro-feedback (rispetto alla copertura): ad es. la variazione di temperatura, a specifiche condizioni spaziali e stagionali, può portare ad un sostanziale cambiamento dello spessore ottico, con associato albedo mutato (per es. nelle fredde nubi continentali invernali, così come in quelle subtropicali marittime di fine estate, un aumento della T porta ad avere un aumento logaritmico del COT e quindi un feedback radiativo negativo inizialmente forte; ma nelle calde nubi continentali estive e in quasi tutte quelle marittime, un aumento della T induce un feedback radiativo positivo perché riduce la COT). Infine, in alcune aree e a certe condizioni, le nuvole basse fungono sempre da feedback positivo. ⇒ in sostanza, quindi, anche l'associazione diretta e molto semplificata + nuvole basse → + albedo → - radiazione solare incidente/+ radiazione diffusa → - caldo, andrebbe considerata con una certa cautela. Anche perché, fino a prova del contrario, non mi pare che l'albedo mostri un andamento ciclico simil-solare (leggere per es. qui o qui).

.poi la seconda (b): la produzione di CCN dipende da parecchi elementi in sé indipendenti dai processi di ionizazzione (residui solidi organici e inorganici presenti in atmosfera cioè aerosol derivati da fenomeni vari come eruzioni vulcaniche, scarti industriali inquinanti, spray marini, avvezioni di polvere e sabbia desertica...).

. la quarta (d) è, insieme all'ultima (e), la più robusta. Tuttavia, anche in questo caso, ci si potrebbe chiedere il motivo per il quale le ricostruzioni con proxy isotopici (C14 e Be10, ma anche Ti44 misurato sui meteoriti caduti a terra) del flusso di GCR incidenti mostrino una presenza persistente e ciclica dei GCR anche durante il minimo solare di Maunder, in quasi totale assenza di macchie solari.


. ma le più grandi discordanze si hanno con la connessione (c). Questo risulta essere l'anello più debole della catena causale. Già nel paper segnalato prima, si ricorda come dei 2 processi fisici che legano la formazione di aerosol e la ionizzazione, quello più compreso sia il meccanismo "clear-air" (vedi qui, immagine a dx), mentre l'altro meccanismo (chiamato "near cloud", vedi qui, immagine a sx, tratta da questo lavoro citato in figura), con un livello di comprensione ancora molto molto basso, sia proprio il processo presumibilmente influenzato dai GCR (e dalla loro modulazione da parte del sole).
Interessante notare, come mostrato in questa tabella riassuntiva tratta dallo stesso paper di prima, il paragone fra effetti climatici indiretti indotti dagli aerosol in generale (facenti capo ad influenza sulle nubi, effetto molto meno compreso rispetto a quello diretto associato al fenomeno del dimming) e effetti climatici della relazione GCR-nuvole.
Parecchi altri autori mettono in dubbio:
- la significatività statistica ➙ l'effetto dei GCR sulla copertura nuvolosa sembra non manifestarsi in modo lineare e soprattutto non essere statisticamente significativo e robusto, nemmeno su scale temporali più corte;
- la forza ➙ i cambiamenti dei CCN indotti dalla variabilità dei GCR sono di 2 ordini di grandezza troppo piccoli per poter render conto dell'andamento osservato nella proprietà delle nubi basse;
- la stessa connessione causale ➙ la variazione mensile della copertura nuvolosa sembra precedere quella dei GCR di alcuni mesi!;
- la natura stessa della connessione ➙ esaminando gli eventi Forbush e l'associazione suggerita da Svensmark, due studi indipendenti (qui e qui) giungono alla conclusione che non ci sia nessuna relazione effettiva, indebolendo ancora di più la presunta connessione in esame (o ridimensionandone ulteriormente la forza?).



Insomma: se si vuole dimostrare che il recente GW è imputabile alla diminuzione delle nuvole basse, causate dall'altrettanta diminuzione dei GCR a loro volta mascherate da un vento solare più intenso associato ad una più forte irradianza solare, occorre iniziare proprio da qui e provare a mostrare/smentire il fatto che la TSI abbia/non abbia un trend. Ci ha provato Scafetta ma per ora invano, mentre per es. le più recenti ricostruzioni solari (ad es. quelle di Muscheler 2007, Svalgaard 2007 o Steinhilber 2009) ci indicano che non è variata di molto (il range, nell'olocene, sembrerebbe oscillare fra +/- 1 Wm^-2).
Poi occorrerebbe passare a dimostrare/smontare il fatto che la periodicità ciclica dei GCR sia sovrimposta da un trend decrescente/non sia accompagnata da nessun trend particolare.
Infine si tornerebbe alle nuvole.....e qui forse in effetti qualcosa si può vedere, in termini di leggera diminuzione di quelle basse.
Ma - al di là della difficoltà di lettura e di ottenimento di dati robusti e non spurii (anche qui) - mi pare evidente come l'andamento dei GCR non sembra influenzare quello della copertura delle nubi basse, anche perché la correlazione è probabilmente spuria: non la si nota ad alta frequenza, l'andamento generale dei GCR è ciclico ma senza nessun trend specifico a differenza di quello termico (vedi figura sotto), la variazione mensile della copertura nuvolosa sembra precedere quella dei GCR di alcuni mesi, le improvvise diminuzioni dei GCR per l'effetto Forbush non sembrano influenzare effettivamente la copertura nuvolosa bassa, la variazione della nuvolosità dipende da talmente tanti fattori che l'influenza dei GCR (modulati dal sole) può essere considerata, ad ora, un fenomeno ancora troppo poco compreso/sperimentato e forse, soprattutto ed in ultima analisi, anche troppo debole (vedi anche qui).


mercoledì 16 giugno 2010

SYS 64738


SYS64738: una sequenza che - a chi aveva anche solo un minimo di infarinatura con il sistema di comando BASIC del mitico Commodore 64 - non può non suscitare particolari sensazioni. L'aura esoterica che accompagna il codice deriva dal fatto che la sua esecuzione provocava il reset software della macchina e veniva usato frequentemente per ripulire il sistema da precedenti programmi.

Sarebbe anche bello se il sistema climatico potesse essere, a sua volta, "ripulito" e resettato da situazioni precedenti che lo mettono in condizioni progressivamente precarie.
Il clima però - essendo un sistema complesso, *fluttuale*, chiuso, fortemente non lineare, turbolento, molto variabile, quasi intransitivo, dissipativo, in condizioni di perdita energetica e di equilibrio dinamico transitante fra la stabilità e l'instabilità - non può certo essere paragonato ad un software.

Essendo (in tutte le sue componenti) un sistema, soggiace a specifici “tipping points”, punti di snodo o di biforcazione nei quali determinate perturbazioni (stress esterni allo stato iniziale del sistema) sono in grado di urtare e spingerlo da uno stato iniziale di equilibrio dinamico in sostanziale stabilità (S) ad un nuovo stato di equilibrio dinamico in sostanziale stabilità (S) attraverso uno stato di equilibrio instabile (U).




Se lo stress esterno (costituito da forcing di varia natura) applicato al sistema si rivela breve e/o di debole intensità, il sistema può tornare a ripristinare il suo stato iniziale mediante ricupero. Altrimenti, se lo stress è più intenso e/o duraturo può indurre il superamento di una soglia limite attraversata la quale domina l’irreversibilità e il sistema si porta verso un nuovo equilibrio. Questo è un punto fondamentale della teoria dei sistemi: risulta allo stesso tempo di difficile estrapolazione ma anche di fondamentale importanza l’attribuzione del valore di questa soglia limite.
Da notare che lo stress applicato al sistema (cioè il forcing esterno) può cambiare la stabilità relativa dei vari stati ma può anche cambiare l’abilità che lo stesso sistema ha di transitare da uno stato all’altro, inibendola o favorendola. Infatti, come si sa, una perturbazione graduale può anche causare un cambiamento rapido alla natura dei punti di equilibrio di un sistema (classico esempio di non linearità).



Ora: se applichiamo questa teoria dei sistemi alla componente criosferica del clima e focalizziamo il tutto sulla situazione dell'Artico e dei suoi ghiacci marini, semplificando molto il discorso, possiamo anche considerare ciò che mette in relazione la temperatura (T) e l’estensione dei ghiacci marini (I, in questo caso senza considerare volume e spessore) mediante la curva del bilancio radiativo (R) e quella dell’albedo (α).
La prima relaziona I a T attraverso il parametro F costituito da forcing di tipo esterno al sistema climatico (ad es. cambiamenti nella radiazione solare o nella concentrazione di GHG) ma, volendo, potremmo anche considerare, in aggiunta, eventuali influenze date da fattori associati alla variabilità interna del sistema climatico (tutte quelle fluttuazioni, lente o rapide, che introducono noise climatici nel sistema, come ad es. AMO, ENSO o anche semplicemente la variabilità stocastica libera).
La seconda curva mette in relazione T a I solamente attraverso la riflessività solare.
Un es. di grafico sommario e spannometrico che tiene conto di quanto detto sopra potrebbe assomilgiare a
questa figura, laddove il presupposto è un incremento lineare delle T nel corso del tempo (prima grossa semplificazione) e inoltre R è, per semplicità, rappresentata come una retta (mentre dovrebbe essere più simile ad una curva di tipo logaritmico, seconda semplificazione).


Lo stato di I (la banda grigia) fluttua all’interno di un anno o di anno in anno lungo una situazione iniziale S sostanzialmente determinata dalla curva α.
In questa fase, più volte è possibile che I entri in una situazione di equilibrio stabile neutrale (NS) laddove il “disturbo” provocato da F lo spinge in uno stato nuovo ma di tipo reversibile e quindi senza che questo stress iniziale possa disturbare più di tanto il sistema in maniera crescente.
In realtà, però, l’avvicinamento fra le 2 curve R e α implica anche che, stante lo stato NS (e la presenza non crescente, ma costante dello stress provocato da F), venga sempre più minata la possibilità di tornare alla situazione iniziale da parte di I. Infatti ci si avvicina alla fatidica soglia raggiunta la quale I entra molto rapidamente nello stato U. Questa soglia è definita da una delle 2 soluzioni simultanee delle equazioni (ognuna delle quali definisce uno stato del sistema) e cioè il primo punto di intersezione delle 2 curve R e α. A questo è associata la temperatura (in senso lato) che determina l’inizio dello stato U e quindi I comincia a seguire la curva R transitando velocemente verso un nuovo stato (S). Lo raggiungerà alla temperatura (in senso lato) associata al secondo punto di intersezione di R con α, superato il quale avrà raggiunto il nuovo stato di equilibrio dinamico. Questo ultimo, nello specifico, potrebbe anche significare la perdita totale dell’estensione glaciale artica durante l’estate.

Qual è questo tipping point? Siamo già entrati nello stato U? O siamo ancora nello stato NS? Domande difficili da rispondere. Secondo molti l’Artico sembrerebbe dare segnali inquietanti di forte avvicinamento allo stato U. Secondo altri meno. Qualcuno ritiene che siamo già nello stato U (vedi ad es.
qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui o in questo esaustivo e molto completo review).

Io ritengo che, se non ci siamo ancora, manca poco; considerando anche spessore e età dei ghiacci. Se anche un biennio abbastanza favorevole (dal punto di vista della variabilità interna) al recupero dei ghiacci come la stagione 2008 e 2009 ha permesso un solo insignificante incremento nella concentrazione di fragili ghiacci mono- e biannuali a fronte di un continuo tracollo di quelli spessi pluriannuali e ha comunque permesso di sfiorare, nel 2008, il precedente minimo dell’anno prima, significa una sola cosa: che, nonostante il breve periodo considerato, i ghiacci artici (stante il loro spessore minimo e la progressiva diminuzione del rapporto volume/area) stanno diventando sempre più sensibili alle condizioni atmosferiche. E questo fa sì che durante la stagione della fusione, i ghiacci non riescono più a recuperare neanche quando la variabilità naturale interannuale è favorevole (come nel biennio 2008-2009).

martedì 15 giugno 2010

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Come già a novembre subodoravo, la generosa mamma del BOFC - dal binario delle mille balle rosa, aka bubblesgate - ha partorito in anticipo un topolino davvero esemplare. L'elefante di turno si trova così, suo malgrado, nella classica situazione di chi si morde la coda. Classico loop senza hole?

Qui quel che a fine novembre temevo, solamente analizzando un paio di cosucce...

Qui, qui (pdf) e qui (pdf) - per quel che possono valere - i risultati neanche poi tanto sorprendenti dell'opinione pubblica sul GW. Passata la sbornia delle mille balle rosa e dell'inverno per freddofili, ecco che anche la propaganda bigoilista dovrà, giocoforza, cambiare strategia. Siamo sicuri che ci riuscirà presto. D'altronde la manipolazione dell'incertezza e del dubbio a fini ideologici è il suo pane quotidiano. [Update: ottimo post su Effetto Cassandra sul vento che cambia e sui times they are a-changin']

>: Dad? Are you OK?

sabato 12 giugno 2010

African skies /1 | Cape Agulhas

Primo di due post dedicati all'Africa, da ieri al centro dell'attenzione globale per i mondiali di calcio sudafricani.
E partiamo proprio dal Sudafrica, magnifica Land of Grace caratterizzata da grandi contrasti socio-economici ma anche paesaggistici.

Quello che vedete nelle due foto accanto è il punto più a sud dell'intero continente, il Cape Agulhas, provincia di Western Cape, 170 km a sudest di Città del Capo, caratterizzato da un brullo paesaggio sabbioso e roccioso che termina con una barriera di scogli aguzzi che affondano/emergono dal mare.



Quel mare, in realtà, è uno dei tratti forse più affascinati ma pure pericolosi del mondo (teatro di numerosi affondamenti navali) perché, essendo il watershed fra oceano Atlantico e oceano Indiano, è caratterizzato da fenomeni molto particolari, il più famoso dei quali è la corrente di Agulhas. Questa corrente di acque calde e salate si snoda da nordest lungo il canale del Mozambico e lambendo le coste sudorientali dell'Africa scorre verso sudovest collegando le acque dell'Indiano a quelle dell'Atlantico, ma la sua caratteristica è che, proprio in prossimità del capo, si scontra con la fredda e più potente corrente del Benguela che, salendo dalle latitudini più basse dell'Atlantico e lambendo le coste occidentali dell'Africa australe, tende a far curvare la corrente di Agulhas che ripiega di nuovo verso oriente, dando così luogo ad uno dei numerosi fenomeni di retroflessione di correnti oceaniche.
Ma mentre ripiega verso est, la corrente di Agulshas produce e disperde ampi flussi circolari di acqua calda e salata (i famosi "anelli di Agulhas") del diametro di centinaia di km che scorrono nell'Atlantico meridionale con intervalli da 3 a 4 mesi, portando enormi quantità di acqua calda e salata nell'oceano confinante (vedi foto qui accanto).


Questo meccanismo è uno degli elementi chiave del sistema di circolazione termoalina (THC) del pianeta (vedi anche qui) perché è in grado di modulare la circolazione di rovesciamento meridionale (MOC) nell'Atlantico, un flusso sostanzialmente lungo la direzione sud-nord che varia in funzione della latitudine e della profondità e che - includendo anche i trasporti eolici e la componente di Ekman - influenza, su scala pluriennnale, i grandi sistemi di circolazione atmosferica come la posizione latitudinale dell'ITCZ e la sua variabilità guida pure quella del clima europeo (studio qui, risultati rielaborati dal CS di MNW). E la MOC, a sua volta, è influenzata (oltre che da quel che dirò sotto) da grandi pattern atmosferici come la NAO.
La MOC è in grado di trasportare da sud verso il Nordatlantico grandi quantità di calore (fino a 1 PW) scaldando le acque superficiali e raffreddando quelle profonde, sebbene una buona parte del calore che fluisce dall'equatore verso nord sia trasportato soprattutto dall'atmosfera (a latitudini subtropicali l'atmosfera è responsabile di quasi l'80% del trasporto meridionale di calore). La Corrente del Golfo, una corrente wind-driven che trasporta acque calde dai Caraibi verso nord, ne è il suo braccio più famoso (e anche tanto discusso, spesso a sproposito perché dà luogo a falsi miti).

Ora: questo interessante meccanismo di connessione interoceanica sembrerebbe essere guidato dalla variabilità della particolare circolazione atmosferica che caratterizza le medie latitudini dell'emisfero australe, connotata dalla presenza delle forti e persistenti correnti occidentali che, come un anello, avvolgono l'intero emisfero. Queste correnti sono in grado di influenzare la retroflessione della corrente di Agulhas (a causa dell'inerzia delle correnti e soprattutto della topografia dei fondali) e ne limitano la connessione con l'Atlantico quando soffiano con forza e persistenza a quelle latitudini. Ma queste correnti subiscono, periodicamente, delle fluttuazioni spostandone il flusso principale verso sud.
Su scala interannuale, la fluttuazione latitudinale di queste correnti sembra dipendere dall'ENSO: in modalità Nina (Nino), l'oscillazione australe è in grado di indurre uno shift verso latitudini più alte (più basse) dei ruggenti westerlies, favorendo (sfavorendo) quindi la connessione interoceanica.
Su scala temprale più ampia, ci sono anche altri aspetti (probabilmente associati a modi di variabilità oceanica multidecennale quali la PDO) che ne potrebbero influenzare la localizzazione dello stream a bassa frequenza.

Dati proxy da ere glaciali su assemblaggi organici ricavati da sedimenti delle profondità oceaniche attorno al margine meridionale africano, indicano come ad aumenti della dispersione della corrente di Agulhas nell'Atlantico siano corrisposti altrettanti aumenti della MOC atlantica attraverso 5 cicli glaciali.
Molto più vicino a noi, in piena anomalia climatica medievale, uno stato protratto del Pacifico in fase Nina-like ha probabilmente favorito (per il meccanismo spiegato prima) lo scambio interoceanico fra Indiano e Sudatlantico e quindi un rafforzamento della MOC con la conseguenza di aver mantenuto piuttosto a lungo le SST del Nordatlantico nella fase positiva della sua oscillazione multidecennale (AMO+).

Proiezioni future indicanti un rallentamento graduale della MOC nei prossimi decenni (sulla base delle simulazioni dei modelli, vedi IPCC 2007 o vedi questo famoso e discusso paper) - imputabili sia alla variabilità interna sia soprattutto ad influenze del GW sulla THC del Nordatlantico tramite diminuzione della densità delle acque superficiali - , dovrebbero però tener conto pure del ruolo tutt'altro che trascurabile che lo scambio di acque fra Indiano e Atlantico svolge nel modulare la MOC ed eventualmente nell'aiutarlo a mantenersi su regimi piuttosto elevati.
Infatti già oggi, da un lato, un recente studio della NASA evidenzia come il nastro trasportatore oceanico nell'Atlantico non si stia per niente indebolendo, anzi.
D'altro canto, si constata pure (paper qui, free figures qui, suppl. info qui) come - sulla base di analisi effettuate su osservazioni e modelli da un team di ricercatori dell'Istituto Leibniz delle Scienze Marine (dell'IFM-GEOMAR di Kiel) insieme all'Università di Città del Capo - il processo di connessione interoceanica delle acque fra Indiano e Atlantico si stia rafforzando a causa degli effetti che il cambiamento climatico provoca negli oceani australi (qualcosa, a tal proposito, avevo già accennato qui). E le proiezioni future indicano che questo trend si rafforzerà ulteriormente, permettendo quindi un ulteriore flusso di acque calde e salate dall'Indiano all'Atlantico attraverso il mare adiacente Cape Agulhas.

mercoledì 9 giugno 2010

~~Outlooks~~

Uscito settimana scorsa l'outlook estivo elaborato dal team del comitato scientifico di MeteoNetWork. Che estate ci aspetta? Leggete qui.

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Uscito, nel frattempo, anche l'outlook "pre-season" (a giorni l'aggiornamento) sulla situazione pan-artica dei ghiacci marini a fine stagione estiva 2010 da parte del gruppo SEARCH.

Proiezioni dell'area al ribasso (come a suo tempo già subodorato anche qui su MS), anche se, nel complesso, meno del 2009; ma l'arcipelago canadese e il mare groenlandese li vedono in una situazione peggiore.

Forse la parziale tenuta potrebbe essere imputata alle particolarissime condizioni di circolazione invernale (con indice AO bassissimo e da record) e i cui venti potrebbero aver dinamicamente precondizionato in positivo la situazione estiva (vedi qui). Una situazione questa che, se si verificherà effettivamente come previsto, potrebbe inibire un po' la transizione in equilibrio stabile neutrale verso un possibile punto di biforcazione (o già all'interno di un nuovo equilibrio instabile?) in cui l'Artico sembra essersi immesso nel suo nuovo stato dell'ultimo decennio. Vedremo.

Resilienza e isteresi nei mari del sud

Isole tropicali dei mari del sud , nel Pacifico australe, mostrano una certa resilienza al cambiamento climatico che si manifesta, in quelle zone, ad es. nell'aumento del livello del mare. Non si "spostano" certo nello spazio e nel tempo, attraverso smagliature nel tessuto connettivo, come nel serial Lost (ma beccatevi questo bellissimo pezzo di Joe Purdy che chiude tabula rasa ;-)
In realtà, secondo quanto riportava settimana scorsa NewScientist, alcuni ricercatori neozelandesi della University of Auckland e della South Pacific Applied Geoscience Commmission (qui lo studio originale) hanno scoperto come, against all odds, un numero elevato di isole a forma irregolare che si trovano in mezzo al Pacifico sono still standing nonostante gli effetti eustatici e termosterici che il GW induce nei mari.
Dal confronto fra fotografie aeree storiche e immagini satellitari è stato dimostrato che in 60 anni il livello del mare è sì aumentato (di 12 cm, una media di 2 mm all'anno e quindi circa i 2/5 in meno del rateo di incremento degli oceani globali negli ultimi 18 anni) ma ciononostante l'86% delle 27 isole esaminate o sono rimaste esattamente uguali o la loro area è pure cresciuta.

L'aumento del livello del mare, in teoria, dovrebbe portare ad un conseguente progressivo sprofondamento delle isole. Come mai qui non è successo?
La spiegazione è da ricercare nella composizione delle isole. I ricercatori spiegano che le isole nel basso Pacifico sono formate di detriti corallini che, a differenza della sabbia, aiutano a fornire un approvvigionamento continuo di materiale.
«Gli atolli sono costituiti da materiale "vivo" - spiega il ricercatore A. Webb - il corallo riesce a creare una sorta di crescita continua che fa sì che le isole rispondano bene alle mutazioni del tempo e del clima. Finora si è pensato che l'innalzamento del livello del mare destinasse le isole all'annegamento - continua Webb -. Ma questo non succederà, il livello del mare salirà ancora e l'isola stessa inizierà a rispondere».

Si tratta, in effetti, di un ottimo esempio di resilienza di un sistema naturale: le isole rispondono a condizioni di stress esterno assorbendo l'impatto e preservando i loro caratteri funzionali e la loro capacità di autorganizzarsi, ripristinando condizioni di equilibrio in un tempo ragionevolmente sostenibile.



Tuttavia sarebbe inopportuno pensare che tutto sia rose e fiori: quel che lo studio non dice (ma non era un suo obiettivo) è quello che sta prima e dopo.
Prima: i reef corallini sono sistemi viventi a loro volta sensibili alle condizioni ambientali di contorno.
Dopo, come già adesso, queste condizioni al contorno stanno cambiando e cambieranno anche domani.
Un mondo più caldo, per motivi sostanzialmente associati al bilancio di calore degli oceani e agli squilibri radiativi*, porta ad avere anche temperature oceaniche più calde. Al di là delle normali fluttuazioni interannuali /quasi decennali / multidecennali a cui soggiaciono oceani come il Pacifico, le temperature delle sue acque superficiali SST (come pure e in conseguenza dell'accumulo di energia perlomeno nella parte meno profonda) sono aumentate parecchio, soprattutto nella parte indo-pacifica.

Oceani più caldi, così come stress provocati da veloci fenomeni come Nino intensi, sono condizioni al contorno e anche triggers importanti che possono portare le formazioni coralline verso situazioni di sbiancamento reversibile (se di breve durata) o irreversibile (se di durata più lunga) e quindi morte prematura.
Il trigger più importante, che tende ad attaccare e indebolire le loro "difese immunitarie" calcificate e a lasciare i coralli in situazioni più vulnerabili a condizioni di contorno stressanti (come le SST più calde), è la progressiva acidificazione degli oceani (vedi anche qui e qui) in conseguenza dell'accumulo di CO2 antropica che viene assorbita dagli oceani (qui una pubblicazione molto esaustiva sul rischio per la Grande Barriera Corallina, qui un recente stato dell'arte e qui la situazione mondiale). Se questa situazione di innesco non si stesse verificando o non si verificasse in maniera ancora più forte in futuro (cioè in condizioni di pH oceanico meno basso e più stabile), la condizione termica di contorno, entro una certa soglia, potrebbe addirittura favorire la crescita dei coralli rossi. L'acidificazione degli oceani (così come fenomeni di inquinamento chimico locale) abbassano progressivamente questa soglia.

Insomma: le emissioni di CO2, direttamente (tramite assorbimento da parte degli oceani e progressiva loro acidificazione) o indirettamente (tramite effetti radiativi e progressivo riscaldamento degli oceani) mettono in serio pericolo il patrimonio corallino mondiale.
E questo fenomeno avviene lentamente ma con shift improvvisi che lo fanno transitare in una nuova fase, esattamente come un'isteresi.




* La modalità con la quale gli oceani assorbono energia nell'IR non è diretta, ovviamente, ma è mediata dal bilancio energetico globale (e su quest'ultimo agiscono sia forzature naturali come sole e eruzioni vulcaniche, sia forzature antropiche, come GHG e aerosol). Se quest'ultimo fa sì che aumenti il flusso di radiazione infrarossa di ritorno alla superficie oceanica (nello skin layer), gli oceani emettono meno energia e dunque tendono ad aumentare le loro SST fino al raggiungimento dell'equilibrio dei flussi.

domenica 6 giugno 2010

Hide the decline....what else? | L.O.S.T. #2


Secondo e ultimo appuntamento con il serial L.O.S.T., aka Last Of Stolen Tracks dedicato a ciò che rimane delle tracce rubate che sono perlopiù servite per gonfiare il bubblesgate.

Dopo il Final Duel con protagonista principale Kevin "it's a travesty" Trenberth, oggi si parla forse del rumore più shakespeariano di tutti i noises emersi dalle tracks, vale a dire il trick to hide the decline usato dalla galassia della bigoilosfera per provare quel che, da sempre, non poteva che essere già dato per acquisito: l'inesistenza dell'AGW, secondo il classico schema delle fallacie che portano il rumore in questione al suo vero vacuo fine.

Quindi, in questo caso, Lost come la serie di dati proxy "persa" per strada e l'associato missing warming che tanto hanno fatto "godere" ben noti statistici assunti - da parte del mondo variopinto e cangevole dei deniers, degli outlaws e dei contrary maries - a star della Santa Audizione, come McInqyre e/o la premiata ditta M&Ms o Weg"the plagiarist & statistical debunked"Man...

Spenderemo poche parole perché oramai lo sanno quasi tutti (tranne i soliti ben noti ?) come realmente si è dipanato l'intreccio, ormai siam tutti spoilerizzati....:-D

C'è anche un clooneyano what else? nel titolo. Infatti aggiungeremo una piccola in più sulla faccenda, giusto per capir meglio che tipo di logica sostiene la Santa Audizione di McInqyre.

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Cominciamo con il trick dell'Hide the decline...

...un tentativo di risolvere il "breakdown" nella calibrazione del periodo recente visto il declino della sensibilità termica dendro.

Protagonisti, loro malgrado, Mann e Jones (ma anche Briffa).

Ecco una velocissima panoramica su antefatti, fatti e postfatti (per snellire il post mi appoggerò a diverse link puntuali). But first of all, if you want, qui c'è il post di climalteranti sugli effetti speciali...

Prequel e flashback

1995: Gordon Jacoby e Rosanne D'Arrigo del Tree-Ring Lab al Lamont-Doherty della Columbia pubblicano questo seminale lavoro (col senno di poi) nel quale - prendendo spunto sia dai primi problemi di standardizzazione dei dati suggeriti da Fritts nel 1976 e sia soprattutto dalle loro indagini sul campo - informano del problema della differenza di risposta climatica qualitativa nello stesso tipo di albero nelle foreste dell'Alaska a partire grossomodo dagli anni 80, mostrando come questa risposta sia tutt'altro che lineare, perché può dipendere da parecchi altri fattori ambientali che incidono sull'ecofisiologia con la quale la crescita degli alberi risponde alle condizioni climatiche. Definiscono la singolarità del declino della sensibilità termica come "effetto divergente".

1998: Keith Briffa, in questo paper, sostanzialmente conferma ed estende a gran parte delle latitudini medio-alte del NH i risultati del precedente lavoro e informa del rischio di sovrastima delle ricostruzioni di temperatura passate. Viene ricordato anche l'altro tipo di problema (presente dagli anni 60): quello del declino forestale di alcune specie in conseguenza dell'aumento di inquinamento (peraltro già conosciuto almeno un decennio prima, vedi ad es. qui), cosa che si intreccia inoltre al problema di natura metodologica (standardizzazione e calibrazione dei dati dendro) evidente pure dagli anni 60 in alcuni proxy delle latitudini medio-alte del NH.

Sequel e flashforward

Sometimes fra il 2004 e il 2009: vengono pubblicati 5 papers molto interessanti (qui, qui, qui, qui e qui), esplicativi e di grande respiro sulla problematica. Mentre il secondo di questi papers si concentra sui possibili shift di risposta fra precipitazioni e temperature nell'area alpina, il terzo risp. il quarto di questi lavori propongono l'uno un tentativo di soluzione al problema della divergenza, l'altro una panoramica d'insieme e aggiornata sulla problematica. L'ultimo torna sul problema della divergenza più forte e più persistente riscontrata finora, quella degli alberi siberiani; e ne spiega a fondo la possibile causa.
Nel frattempo, molte altre ricostruzioni confermano, in generale, la prima shape of thing to come del decennio precedente. Si è fatto tesoro di quel che, nel frattempo, si è scoperto e dei suggerimenti metodologici apportati.
Riporto anche, a tal proposito e a proposito delle "trappole" in cui l'analisi statistica dei dati dendro può facilmente incorrere, questo recente editoriale di una nota rivista da parte di Esper e Frank.

Hotquel, o quel periodo "caldo"

È quello che precede e segue il fatidico 1998, anno della pubblicazione del fatidico paper di Mann et al., embrione della fatidica controversia sull'HS.
Cominciamo con la flashsideways, la realtà alternativa che - come in Lost 6 - accompagna e ammorba tutta la vicenda principale. Realtà partorita dalla fervida mente non di JJ Abrams, ma del Santo Auditore per eccellenza: S. McInqyre.

Trovate tutto direttamente in un post del suo blog, qui.

Ora l'intreccio reale della vicenda: trovate tutto in questa splendida indagine giornalistica scientifica coi controfiocconi in 3 parti, delle quali ovviamente consiglio una lettura approfondita: qui la prima, qui la seconda e qui l'ultima.

Posto anche alcuni illuminanti interventi (qui, qui, qui e qui) da parte di un forumista di MNW (thanx Maurizio!) nella discussione che era partita quasi in tempo reale con lo scoppio del bubblesgate (notare che nel primo post costui risponde a qualcuno di molto conosciuto nel panorama della bigoilosfera, qualcuno che - tutto eccitato - fantasticava su chissà quali universi cadenti...:-D

Bottomline

Insomma: se si vuole rappresentare un andamento il più realistico e il meno inquinato da biases possibile, come si fa a non pensare di nascondere un declino nelle temperature recenti (ultimi decenni) mostrato da dati vicarianti dendro quando questo declino mostra in realtà un problema dei proxies stessi (e può benissimo essere un effetto di un sacco di motivi) e quando, parallelamente, i dati strumentali che abbiamo mostrano esattamente il contrario?
Tutto qua, tracks for trick to hide.....




....and what else?

Beh, di altro, ancora, ci sarebbe ad es. questa simpatica messa in scena con tanto di big question finale, vediamo un po':


(a) Tizio mostra quanto sia debunkizzato il lavoro di Caio;
(b) Bizio interviene dal suo influente blog chiedendo a Tizio tutti i dati utilizzati per il suo climate model usato per fare quel che dice l'enunciato (a);
(c) Tizio lo invita a cercarseli all'istituto per il quale lui stesso lavora, informando Bizio che i dati sono freely available to any researcher, as usual;
(d) a Bizio quel che è scritto nell'enunciato (c) non va bene e presenta richieste alla FOI,

⇒ c'è da subodorare un conflitto di interessi fra Bizio e Caio, un certo interesse per spedizioni di pesca d'altura da parte di Bizio, oppure Tizio s'è schierato apertamente come se fosse allo stadio - nonostante bubblesgate arrivasse dopo - e perciò inizia a subire del morbido mobbing?

‹(Soluzione: leggere l'UPDATE a fine post qui)›