Il futuro già presente

La stagione appena archiviata conferma come i preconizzati mutamenti climatici siano una realtà che ci costringe a rivedere i nostri parametri

Temperatura media annuale nelle diverse regioni della Svizzera rispetto alla norma 1961-1990. In blu gli anni più freddi della norma, in rosso quelli anni più caldi. Dalla fine degli anni 80 del secolo scorso non si sono in pratica più registrati anni più freddi della norma.


Guest post di Marco Gaia \  Meteosvizzera

A quasi tre anni dalla firma dell’Accordo di Parigi sul clima, ad inizio mese l’IPCC ha reso noto i contenuti del rapporto speciale 1,5 °C, redatto per informare la comunità internazionale sulle reali possibilità di contenere l’innalzamento della temperatura globale entro 1,5 °C. Quanto sia attuale il tema lo testimoniano le condizioni meteorologiche degli scorsi mesi: abbiamo forse vissuto una stagione che sarà la tipica estate verso la metà del secolo in corso?





Una volta di più eccoci sul podio. Dopo la folle estate del 2003 e l’estate del 2015, i 23 °C di temperatura media estiva registrati quest’anno, ci hanno portato al terzo posto di questa non troppo invidiabile classifica, iniziata nel lontano 1864 (data d’inizio delle misure meteorologiche) delle dieci estati più calde mai registrate a Sud delle Alpi, otto delle quali verificatesi dopo il 2000. Il versante sudalpino non è però una mosca bianca. Anche nel resto della Svizzera (e dell’Europa e del mondo) la situazione è analoga.

La temperatura media nazionale del semestre estivo dal 1864 al 2018 con le norme standard trentennali dal 1871. Per il semestre estivo 2018 la media è di 12,8 gradi.

Nella regione alpina ogni estate ha un proprio sviluppo meteorologico: ci sono estati con molti temporali, altre con pochi; in alcune estati domina il sole, in altre le nuvole. Anche con le temperature dovrebbe esserci una certa variabilità. Ma se prima degli anni Ottanta del secolo scorso la variazione era effettivamente fra estati calde ed estati fresche, negli ultimi 30 anni la variazione è sostanzialmente riferita alle tonalità di caldo: molto caldo, caldo, abbastanza caldo, ecc. Per trovare un’estate più fresca rispetto alla norma 1961-1990 (che è il riferimento quando si parla di cambiamenti climatici) bisogna tornare indietro all’oramai lontano 1987.
Il rialzo delle temperature estive degli ultimi 30 anni è evidente: prima di allora la temperatura media estiva in Svizzera (registrata su tutta la superficie del Paese e in tutte le fasce altitudinali) solo di rado e unicamente in occasione delle estati più calde superava i 13,0 °C . Negli ultimi due decenni questa soglia è stata invece raggiunta o oltrepassata in modo sistematico. Le estati con una temperatura media inferiore ai 12,0 °C, frequenti fino al 1980, sono invece sparite dalle statistiche: un chiaro segnale del cambiamento climatico in atto.

Alcune vedute del Verbano alla foce della Maggia (qui sopra) e a Locarno (sotto) che testimoniano la quasi drammatica situazione idrica del bacino, conseguenza dell’estate che ci siamo lasciati alle spalle, tra le più calde e secche di sempre.


Oltre che calda, l’estate 2018 è risultata asciutta. I 227 litri/metroquadrato che complessivamente sono caduti da giugno ad agosto a Lugano sono poco meno della metà di quello che piove normalmente in un’estate. E i 139 litri/metroquadrato di Locarno-Monti sono circa un quarto. Tipicamente la distribuzione delle piogge è abbastanza irregolare sul territorio, in particolare in estate, quando i temporali colpiscono il territorio a macchia di leopardo. Ma quest’anno le zone con precipitazioni normali o sopra la norma sono state molto poche. Complessivamente la media delle precipitazioni estive del 2018 sull’intera Svizzera è stata del 71% della norma 1981-2010. L’ultima volta che fu registrata un’estate così asciutta fu negli anni 2015, 1983 e 1984.
La siccità dell’estate 2018 ha fatto seguito a un periodo aprile-maggio già particolarmente asciutto, in particolare nella Svizzera orientale. Qui la penuria di precipitazioni tra aprile e agosto ha assunto dimensioni enormi e si può parlare di un evento secolare: in questa regione mancano le precipitazioni corrispondenti a due-tre mesi estivi normali. In alcune stazioni di misura attive da oltre 100 anni, nel periodo aprile-agosto, è stato osservato il deficit idrico più importante mai rilevato.
L’assenza di precipitazioni si accompagna solitamente ad un’assenza di nubi e di conseguenza quando manca la pioggia c’è molto sole. E infatti tutti e tre i mesi estivi sono stati caratterizzati da un soleggiamento importante. A Lugano (con 874 ore di sole) e a Locarno-Monti (con 889 ore di sole) l’estate 2018 è risultata essere la più soleggiata sulla base delle serie di misure omogenee, iniziate nel 1959. Il record precedente spettava all’estate 2003, con rispettivamente 845 ore a Lugano e 866 ore a Locarno-Monti. Ma anche a Nord delle Alpi sono stati stabiliti nuovi record: ad esempio a Ginevra (con 908 ore di sole) e a Basilea (con 835 ore). Primati questi particolarmente significativi perché raggiunti in stazioni con serie di misura del sole di più di 100 anni.


Terminata l’estate, anche il mese di settembre appena concluso ha mostrato condizioni meteorologiche in linea con i mesi precedenti: ricco di sole (è stato il terzo mese di settembre con più ore di sole), molto caldo (a seconda delle località è stato il secondo/sesto mese più caldo e con circa 20 giornate estive (con temperatura massima superiore ai 25 °C invece delle usuali 15); povero di precipitazioni (meno del 30% delle precipitazioni normali). Condizioni che sono da far risalire alla presenza di aree di alta pressione in grado di determinare il tempo sull’intera Europa e che negli ultimi mesi sono state molto più presenti e persistenti rispetto al tipico regime del tempo europeo. Le depressioni atlantiche, che solitamente portano perturbazioni più o meno intense ad attraversare il nostro continente, sono state meno attive o addirittura spesso assenti. Solo singole perturbazioni sono riuscite nei mesi scorsi a scalfire la fascia anticiclonica, che ha ceduto a volte temporaneamente per poi riformarsi subito dopo.
Il perché di questo comportamento è ancora oggetto di studio presso gli istituti che si occupano di ricerca in campo meteorologico. Quello che si può dire è però che il tempo che ne è risultato è molto simile a quello che prevedono alcuni scenari climatici per i prossimi decenni. Non dovremmo dunque essere stupiti se le condizioni degli ultimi sei mesi saranno delle condizioni che si ripeteranno sovente negli anni a venire.


Scenari svelati il 13 novembre all'ETH

Conscio dell’impatto che i cambiamenti climatici possono avere in un ambiente fragile come quello alpino, il Consiglio federale ha promosso e sostiene attivamente da alcuni anni una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici. Per adottare i provvedimenti più efficaci e tagliati su misura per il contesto svizzero è però necessario conoscere il più precisamente possibile come cambierà il clima in Svizzera nei prossimi 50-100 anni.
A tal riguardo MeteoSvizzera, in collaborazione con diversi istituti di ricerca universitari, ha ricevuto il mandato di elaborare ogni 5-6 anni gli scenari climatici per la regione alpina. Scenari che descrivono – sulla base delle ultime conoscenze scientifiche e considerando alcune varianti di sviluppo socio-economico della nostra società – come evolverà il clima in Svizzera entro la fine del XXI secolo.
Gli aggiornati scenari climatici CH2018 saranno presentati il prossimo 13 novembre al Politecnico di Zurigo, durante un simposio, aperto a tutti gli interessati, organizzato dal Centro nazionale sui servizi climatici (NCCS), la rete nazionale che raggruppa gli Uffici federali toccati dal tema dei cambiamenti climatici.


Gestire l'inevitabile, evitare l'ingestibile

Da circa 200 anni lo sviluppo tecnico-scientifico ha messo a disposizione della società le tecnologie necessarie a sfruttare le riserve di combustibili fossili come fonte per l’energia di cui abbiamo quotidianamente bisogno per cuocere i cibi, riscaldare le nostre case, viaggiare, trasportare le merci, illuminare, realizzare i processi produttivi, comunicare, eccetera. Dalla combustione di carbone, petrolio, gas naturale e altre fonti si produce inevitabilmente anche dell’anidride carbonica (CO2) che viene liberata nell’atmosfera. Dove si trova talmente bene, al punto da rimanervi per diversi secoli contribuendo a modificare il bilancio energetico dell’atmosfera.
La base scientifica di questo processo è nota da più di 100 anni e centinaia di ricerche hanno da allora confermato quanto diversi scienziati già nell’800 (Fourier, Tyndall, Arrhenius, …) avevano intuito o sperimentato: aumentando le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera si intrappola in essa vieppiù energia con un conseguente aumento della temperatura dell’aria. Le misurazioni effettuate negli ultimi 50-100 anni su tutta la Terra con metodi e strumentazioni differenti, hanno permesso di precisare anche numericamente tali aumenti. Dagli albori dell’industrializzazione, in poco più di 200 anni, le concentrazioni di CO2 sono aumentate praticamente del 50% passando da 280 a più di 400 ppm. E la tendenza non accenna ad arrestarsi. Nel medesimo periodo di tempo la temperatura media dell’aria sulla Terra è aumentata di circa 1 °C: un valore a prima vista modesto, ma già molto significativo per gli ecosistemi e i fragili equilibri che li caratterizzano. Il livello del mare che è in aumento, la progressiva acidificazione degli oceani, l’aumento delle ondate di caldo, la modifica dell’intensità delle precipitazioni in alcune zone del mondo, la diminuzione dell’estensione della banchisa artica, sono tutti fenomeni che trovano una loro coerente spiegazione nel quadro dei cambiamenti climatici innescati dalle emissioni antropiche di gas ad effetto serra. Anche in Svizzera, dove l’aumento della temperatura dell’aria è approssimativamente il doppio di quello registrato su scala mondiale, possiamo già vedere l’impatto dei cambiamenti climatici: ghiacciai sempre più piccoli, notti estive più calde, diminuzione del numero dei giorni di gelo, limite delle nevicate in inverno sempre più ad alta quota, sono tendenze ben evidenti e che andranno accentuandosi in futuro. L’uomo, gli animali e le piante, per sopravvivere cercano di essere in equilibrio con le condizioni ambientali. Dove fa molto caldo si sono inventati i sistemi di climatizzazione; dove invece fa molto freddo, quelli di riscaldamento e di isolazione termica degli edifici. Nelle varie aree del mondo si coltiva in funzione del regime delle piogge e delle temperature. Le infrastrutture (case, strade, canalizzazioni, muri di sostegno in alta montagna…) sono dimensionate per resistere e sopportare i fenomeni meteorologici nell’intensità e nella frequenza che sono oggi tipici. Se a seguito dei cambiamenti climatici mutano in intensità oppure in frequenza, per poter continuare a sopravvivere dobbiamo dunque adattarci. Alcuni di questi cambiamenti sono già in atto, ben visibili e non si lasciano più impedire. I gas ad effetto serra immessi nell’atmosfera dalle attività umane degli ultimi 200 anni rimarranno attivi ancora per centinaia di anni, a meno di trovare un sistema per estrarli dall’atmosfera. A breve termine dobbiamo dunque imparare a gestire ciò che è oramai inevitabile. Le previsioni climatiche indicano però che se non adottiamo rapidamente provvedimenti efficaci per ridurre massicciamente le emissioni di gas ad effetto serra, il riscaldamento globale assumerà una tale ampiezza da provocare dei cambiamenti non più gestibili in modo ragionevole. Su una Terra densamente popolata, una prospettiva non troppo incoraggiante. Insomma, «gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile» deve essere il motto che ci guida sulla strada per il futuro.



Avanti con più decisione sulla strada presa

A Parigi, la mattina del 12 dicembre 2015, su molte facce dei delegati delle 195 Nazioni presenti alla Conferenza dell’ONU sul clima, la stanchezza era palese, ma anche la soddisfazione. Dopo una maratona negoziale di diversi giorni fu trovato un denominatore comune che venne consolidato nel cosiddetto Accordo di Parigi. Tutti accettarono di porsi come obiettivo di mantenere...
…l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali» e di proseguire «l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali, riconoscendo che ciò potrebbe ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici.
L’Accordo di Parigi è una pietra miliare nella protezione dalle conseguenze dei cambiamenti climatici perché per la prima volta ha visto tutte le Nazioni concordi ad impegnarsi in un accordo giuridicamente vincolante – ancorché con margini di azione lasciati alle singole nazioni – a contenere il riscaldamento climatico sotto una ben precisa soglia.
Oltre a definire l’Accordo, la conferenza di Parigi ha dato mandato all’IPCC di redigere nel 2018 un rapporto speciale incentrato sulle conseguenze del riscaldamento globale di 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale, e su quali provvedimenti debbano essere adottati per rispettare tale obiettivo.
Lo Special Report 1,5 è stato pubblicato lo scorso 8 ottobre, al termine della 48esima sessione del-l’IPCC tenutasi in Corea del Sud. Esso conferma come il riscaldamento globale sia in atto a ritmi tali che gli ambiziosi – ancorché indispensabili – obiettivi dell’Accordo di Parigi saranno raggiungibili solo se nei prossimi due decenni verranno realizzate trasformazioni rapide e di vasta portata per ridurre drasticamente le emissioni di gas ad effetto serra (ad esempio l’anidride carbonica). Dal settore energetico a quello della pianificazione del territorio, dallo sviluppo urbano alla gestione dei processi industriali, dall’ambito agricolo e della produzione del cibo a quello della mobilità, è indispensabile un’azione concertata ma decisa verso un mondo senza emissioni antropiche di gas ad effetto serra. Di tempo, insomma, non ne resta più molto. Rispetto agli albori dell’industrializzazione, il riscaldamento globale è già di 1 °C. Una buona metà del riscaldamento previsto dall’Accordo di Parigi è già stato provocato e con esso dovremo convivere nei prossimi decenni. Se si vuole limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, le emissioni nette di CO2 prodotte dall'uomo dovranno diminuire rapidamente e scendere praticamente a zero entro il 2050. Vale a dire: o si riesce a de-carbonizzare l'economia, procedendo verso una società veramente senza emissioni, oppure bisognerà trovare dei sistemi tecnici che permettano di togliere dall’atmosfera i quantitativi di CO2 che ancora continueremo ad emettere. Si tratterebbe, insomma, di una quarta rivoluzione industriale. Se, per contro, le emissioni di gas ad effetto serra continueranno ad aumentare al ritmo attuale, gli obiettivi dell’Accordo di Parigi non saranno raggiunti e il riscaldamento globale provocato dall’uomo supererà chiaramente le soglie concordate.
A dispetto di quello che spesso si pensa, l’IPCC non è né un gruppo di sfegatati attivisti pro-ecologia né un’istituzione di ricerca in climatologia a sé stante, bensì un ente in cui le varie Nazioni del mondo rivestono un ruolo di primo piano. L’IPCC è stato costituito sul finire degli anni ’80 del secolo scorso dal Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) e dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) con lo scopo di sottoporre ad una severa analisi critica i risultati delle ricerche in relazione al clima e ai cambiamenti climatici svolte nei più disparati campi scientifici (fisica dell’atmosfera, oceanografia, ecologia, paleoclimatologia, economia, fisica solare, ecc.) e ufficialmente pubblicati sulle riviste scientifiche di tutto il mondo. I rapporti che regolarmente l’IPCC pubblica contengono dunque la sintesi di migliaia di studi e ricerche e – aspetto interessante – il loro contenuto è condiviso dai rappresentanti dei Governi nazionali. Infatti la parte dei rapporti destinati ai «policymakers» (cioè a coloro che devono poi prendere le decisioni sul piano politico) è redatta in assemblea plenaria, con la regola che ogni frase e ogni parola che compongono questo testo debba essere approvata all’unanimità da tutti i rappresentanti. Sembrerà strano, ma anche i rappresentanti dei Governi che hanno una posizione critica riguardo ai cambiamenti climatici, hanno approvato i contenuti di questi testi destinati ai «policymakers». Insomma: un emblematico esempio di trasparenza e di democrazia.

Commenti

  1. Sarebbe interessante pubblicare anche i dati storici della temperatura media del versante oltralpe delle pianure a Nord delle Alpi. Ginevra Basilea e Zurigo hanno record di caldo che non appartengono all'ultimo trentennio,

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    1. Suggerimento recepito e grafo pubblicato. Si nota bene come a livello nazionale, i record di caldo appartengano invece proprio all'ultimo trentennio.
      Vedi anche qui .

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  2. @guest poster

    "...i 23 °C di temperatura media estiva registrati quest’anno, ci hanno portato al terzo posto di questa non troppo invidiabile classifica"

    Perche' non troppo invidiabile?
    Se l'aumento di temperatura registrato sullo 0,0081% della superficie del pianeta (la Svizzera, appunto) portera' I BENEFICI sanitari causati dall'aumento di temperatura registrato in Svezia (misure, dati, non modelli)... come spiegato in questo studio...

    "Association of Weather With Day-to-Day Incidence of Myocardial Infarction - A SWEDEHEART Nationwide Observational Study", J American Med Assoc JAMA Cardiology, Oct 2018

    https://jamanetwork.com/journals/jamacardiology/fullarticle/2706610

    ... beh... io direi "benvenga un po' piu' di caldo"... avvicinandomi alla terza eta' vorrei spingere un po' piu' in la il momento in cui andro' all'altro mondo (per chi ci crede all'altro mondo, ovviamente).

    "Conclusions and Relevance In this large, nationwide study, low air temperature, low atmospheric air pressure, high wind velocity, and shorter sunshine duration were associated with risk of MI with the most evident association observed for air temperature."
    ...
    The strongest association was observed for air temperature, with a higher incidence of MI on days with air temperatures less than 0°C, with rates of MI declining when temperatures rose to greater than 3°C to 4°C."

    Hanno dimostrato, con dovizia di dati, una cosa ovvia: e' il freddo che ammazza la gente, non il caldo... e aumenti di temperatura dell'ordine di un grado (quasi esattamente quello che ci manca per arrivare alla fine del mondo, secondo certi "climatologi") sono benefici per la razza umana, non il contrario.

    Analogo studio, con analoghi risultati, per la Spagna...

    "Conclusions
    Despite the summer warming observed in Spain between 1980 and 2015, the decline in the vulnerability of the population has contributed to a general downward trend in overall heat-attributable mortality."

    https://journals.plos.org/plosmedicine/article/file?id=10.1371/journal.pmed.1002617&type=printable

    Cheers.

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    1. Già. Peccato che non di sola Svizzera, Svezia o Spagna è fatto il mondo .

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    2. E questo, senza considerare le mille altre sfaccettature dell'aumento termico. Suppongo che la "non troppo invidiabile classifica" si riferisca non solo agli effetti diretti sulla salute.

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