Vecchi rischi e nuove opportunità


Il vicolo cieco in cui il "solito" 50.3% della popolazione svizzera (e la maggior parte dei cantoni, quelli di lingua tedesca più "rurali" e periferici e senza i grossi centri urbani di Zurigo e Basilea più il Ticino) ha costretto, suo malgrado, la nazione  - dopo il voto contro l'immigrazione straniera di massa, a favore di un ripristino dei contingentamenti e, dal punto di vista europeo, in direzione di una limitazione ad uno dei principi cardine e fondanti dell'Unione, quello della libertà di spostamento delle persone -, potrebbe trasformarsi in una vera e propria trappola. Il muro a fine vicolo potrebbe essere rappresentato, fra le altre cose, dalla decisione europea di sospendere i lauti finanziamenti alla ricerca (l'unica vera e propria "risorsa" che la Svizzera ha e coltiva) e di restringere o sospendere il programma di mobilità studentesca.

Anche se visto (all'interno del mondo accademico e non solo) come un incomprensibile mezzo di pressione effettuato dall'UE sulla Confederazione in cui studenti e ricerca sono de facto equiparati e ridotti a mero strumento di potere, in realtà non si tratta di ricatti o di vendette. Semplicemente, il primo pacchetto di accordi bilaterali che la Svizzera (paese non aderente allo Spazio Economico Europeo per bocciatura popolare del 6 dicembre 1992, "solito" 50.3% di no con i soliti cantoni tedescofoni "rurali" e periferici più il solito Ticino) ha stipulato con l'Unione nel 1999 prevedeva una serie di accordi fra di loro vincolati, per es. le possibilità di agevolazioni nell'accesso al commercio europeo e di far parte a svariati progetti di ricerca contro la sospensione dei contingentamenti alla libertà di spostamento.

Una probabile prima conseguenza potrebbe essere, per es., l'immediata esclusione della Svizzera dall'ottavo programma quadro europeo, "Orizzonte 2020", il più grande programma europeo di ricerca e innovazione che dispone di un budget di 80 miliardi di euro a disposizione fra il 2014 e il 2020.
Una delle sue caratteristiche è il potenziamento dell'innovazione e della collaborazione tra ricerca e industria. E la Svizzera dovrebbe partecipare con un importo di 4.4 miliardi di franchi.

I principali beneficiari elvetici dei fondi europei stanziati durante il settimo programma quadro (2007-2013) sono stati i politecnici federali di Losanna e Zurigo (40%), davanti alle università (28%) e alle aziende (20%). Il resto dei sussidi è stato attribuito a organizzazioni non governative, alte scuole specializzate e servizi pubblici. In sei anni sono inoltre stati creati 8000 posti di lavoro e hanno visto la luce 240 nuove aziende.
I programmi europei sono diventati la seconda fonte di finanziamento pubblico della ricerca in Svizzera dopo il Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica. Nel settimo programma quadro, 2678 progetti elvetici hanno ricevuto quasi 1.6 miliardi di franchi, pari al 4.3% delle sovvenzioni.

L'esclusione da questo programma costituirebbe un vero e proprio grattacapo per molti centri di ricerca, per le università svizzere e soprattutto per i due prestigiosi politecnici federali (ETHZ, EPFL). Ne so qualcosa e in questi incerti giorni di assestamento dopo il "terremoto" di domenica scorsa che ha inesorabilmente segnato una svolta, facendo imboccare alla nazione una via per l'appunto a fondo cieco, il dibattito negli atenei (ma ovviamente non solo) è accesissimo.

Un'altra conseguenza potrebbe essere l'esclusione dal programma di mobilità studentesca Erasmus+.

Il rischio, però, può anche tramutarsi in nuove opportunità.

Con un pizzico di provocazione (ma neanche poi molta) e la necessità di fare virtù mediante il pensiero ortogonale, la proposta che faccio mia e che espongo (se ne sta parlando, in questi giorni, in alcuni atenei svizzeri e non perché si avvicina il clou del carnevale) è quella di cavare i possibili nuovi finanziamenti all'interno della nazione e di estendere la collaborazione con partner extra-europei.

Le collaborazioni (sia per quel che riguarda la ricerca e sia per la mobilità studentesca) potrebbero essere organizzate/rafforzate con le regioni nordamericana (USA, Canada, ev. anche sudamericana, per es. Brasile), asiatica (Giappone, Cina, India) e oceanica (Australia, Nuova Zelanda).

I soldi potrebbero uscire dal settore pubblico attualmente più anacronistico e vetusto che ci sia, nel senso proprio della sua stessa esistenza: l'esercito. A capo di questo dipartimento, fra l'altro, siede un rappresentante della corrente politica che ha ideato, promosso, difeso e vinto la votazione popolare di domenica scorsa. Come dire: a mali estremi,...
Nella variante meno estrema si potrebbe rinunciare alla prevista spesa (ma ci sarà una votazione popolare a maggio, in merito) sul conto dell'acquisto degli aerei militari svedesi Gripen: 3 miliardi e 126 milioni di franchi in più nel cassetto, mica bricioline.
In quella più estrema (e, occorre dire, anche abbastanza in contraddizione con parte della ricerca ingegneristica applicata in uso all'ETH) si potrebbe pensare di sospendere tout court  gran parte delle attività militari (salvaguardando solo quel che riguarda le azioni di aiuto in caso di catastrofi): quasi 5 miliardi di franchi in più all'anno, che fanno 35 miliardi di franchi entro la fine dell'ottavo programma quadro europeo e di Erasmus+. Mica bazzecole.
Si troverebbero i soldi per rimpolpare ulteriormente e massicciamente il Fondo nazionale per la ricerca scientifica e parallelamente per riqualificare i posti di lavoro persi nell'esercito (ma guadagnati in altri ambiti). E di soldi ne basterebbero ancora per finanziare il coordinamento della ricerca e della mobilità studentesca con paesi extra-europei, per finanziare ulteriormente l'istruzione primaria e secondaria, per coprire eventuali buchi in parte delle assicurazioni sociali. E magari per estendere sussidi in ambito culturale. In più la Svizzera potrebbe aggiungersi alla lista delle altre 22 nazioni senza forze armate, fra le quali in Europa c'è l'Islanda.

Solo utopia?


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