sabato 22 giugno 2013

Toh, il clima si sta ancora scaldando


Quella che segue è una libera rielaborazione mirata di un articolo for dummies scritto da un "noto" "climatologo" e apparso l'altro ieri come commento su un "noto" quotidiano di caratura "mondiale" che da sempre fa dell'"informazione equilibrata" il suo "punto di forza". Leggetelo e non mancate di aprire anche le link di supporto. E se interessa, alla fine trovate anche la link diretta all'articolo originale.


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L’hockey stick, appunto mazza da hockey, lunga e piatta ma con una estremità che s’impenna verso l’alto, è uno degli emblemi del riscaldamento globale (GW). Lo è stato e lo è tutt'ora, perché dopo essere assurta agli onori della cronaca nel terzo report dell’IPCC del 2001 e dopo aver subito una normale rivisitazione nel report successivo del 2007 sulla scorta delle nuove informazioni che la ricerca di settore ha prodotto nel frattempo, oggi, complice l'estensione temporale dell'analisi paleoclimatica, appare come un bastone appoggiato sulla parte interna della nuova forma emersa dall'andamento delle temperature medie globali dell'intero Olocene, quella di una sedia a sdraio con schienale inclinato a 90 gradi.  Sicché, nonostante le critiche (sostanzialmente improntate sul trattamento statistico dei dati) piovute sulla ricerca che aveva prodotto il grafico di ricostruzione delle temperature dell’ultimo millennio, l’attendibilità di questa ricostruzione non è minimamente scalfita e anzi: viene di volta in volta corroborata.
Questa è storia ancora attuale in materia di clima e di origine delle sue più recenti dinamiche secolari, ma è però vecchio il dibattito attorno ad essa. Nel frattempo, più specificatamente a partire dal 1998, il trend delle temperature medie superficiali del pianeta ha cessato di essere statisticamente significativo. La pendenza della curva, cioè, pur calcolabile e ancora lievemente positiva, rientra nella fascia d’errore della stima. Traduciamo per i non addetti: la temperatura media del pianeta ha smesso di aumentare, pur rimanendo su livelli molto alti e senza precedenti nel contesto pluri-millenario. La cosa non è nuova e non è unica, ovviamente: se provate a prendere altre finestre temporali della durata di uno-due decenni nell'intero 20esimo secolo, scoprirete che il trend delle temperature medie superficiali del pianeta non è mai stato statisticamente significativo e che più e più volte la temperatura media smetteva di aumentare. Eppure oggi fa più caldo di un secolo fa, ma anche di 50 anni fa, e pure di 20 anni fa. E, come dimostra la top ten degli anni più caldi, oggi fa persino più caldo di 10 anni fa.
Sicché non si capisce come si faccia a sostenere ancora (erroneamente) l'idea di una mazza da hockey spezzata sulla base di valutazioni di natura statistica e parallelamente quella della (presunta ed erronea) fine del GW ignorando bellamente, ma solo in questo caso, le considerazioni di natura statistica.



Comunque, quindici anni non sono pochi. Certo, sono appena la metà di un trentennio, ovvero della lunghezza minima lungo la quale si è soliti valutare le dinamiche del clima, ma è un fatto che questi ultimi quindici anni sono stati molto diversi dai venti che li hanno preceduti (che, d'altronde, erano a loro volta diversi dai venti che li precedevano e così via), in cui le temperature sono salite in modo considerevole e in cui abbiamo assistito alla contestuale ascesa del “problema global warming” in un periodo nel quale la comunità scientifica sul tema ha sostanzialmente visto estendere il proprio campo di indagine e trovato ulteriori conferme alle prime ipotesi avanzate più di un secolo fa sulla connessione fra aumento di gas serra e rafforzamento dell'effetto serra.
Ma c’è un altro fatto importante di cui occorre tener conto, nel lasso di tempo che copre entrambi i periodi, l’anidride carbonica emessa dagli uomini, ritenuta essere il principale driver climatico dei tempi recenti, non ha mai smesso di aumentare. Sicché, se in presenza di un’azione antropica crescente, il sistema si è comportato così diversamente da quanto davvero ci si aspetti, c’è da porsi parecchi quesiti. Sono quesiti di cui si occupa la scienza del clima, e non solo da ieri.
Siamo in presenza di un mai sopito protagonismo della variabilità naturale? Il calore in eccesso piuttosto che in atmosfera è finito altrove, nella fattispecie nelle profondità oceaniche? Sono nel frattempo intervenuti altri fattori di forcing ad esercitare un'azione di contenimento del riscaldamento? Il sistema è meno sensibile all’azione antropica di quanto si riteneva che fosse? Legittime domande cui la comunità scientifica sta cercando delle risposte, come è tipico del lavoro di ricerca che vi sta alla base, senza quindi troppa fatica nel veder confermata la caratteristica di essere di fronte a qualcosa di relativamente poco inatteso. La temperatura media superficiale, infatti, avrebbe dovuto continuare ad aumentare e lo sta facendo più o meno come previsto, sempre nel contesto di e a prescindere da una variabilità interannuale sovrimposta, almeno così emerge da simulazioni climatiche che presentano ovvie difficoltà quando hanno a che fare con essa; simulazioni, invece, in assai meno evidente deficit di attendibilità quando simulano il trend di fondo, quell'andamento lento e graduale in cui è possibile scorgere l'influenza delle perturbazioni energetiche forzanti apportate al sistema, sulla scala pluri-decennale e secolare.

Dicevamo le domande, vediamole una per una. La prima e l’ultima sono due aspetti dello stesso problema. Un sistema come quello climatico, per quanto complesso e caotico, ha i suoi meccanismi di funzionamento che, se alterati, devono rispondere in qualche modo. Nella fattispecie, all’aumento della concentrazione di gas serra ed all’azione di tanti altri forcing antropici, tra cui senza dubbio spicca la produzione di aerosol e la modifica dei suoli indotta dall’urbanizzazione, dall’agricoltura etc etc, corrisponde un aumento della temperatura. Questo è assodato. A quanto ammonti questo aumento però è meno certo, anche se non solo da oggi può essere stimato con ragionevole plausibilità. Meno certo non significa ancora meno vero, fino a prova del contrario. Fissando dei paletti, che la natura non conosce ma che per noi, che pure siamo parte del sistema, sono indispensabili, si è deciso di provare a definire di quanto aumenterebbe la temperatura a fronte di un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto al periodo pre-industriale. Questa quantità si definisce sensibilità climatica. Ebbene, a differenza di quello che alcuni pretendono di sapere, non proprio tutti ma solo una parte dei modelli climatici impiegati per ipotizzare il clima del futuro è tarata secondo una sensibilità climatica piuttosto elevata, tanta CO2 = tanto caldo in più; un'altra parte secondo una sensibilità decisamente più bassa;  il valore più probabile sta più o meno al centro dello spread, perché stando a quanto teoria (fisica di base e fisica dell'atmosfera, trasferimento radiativo, dinamica dei fluidi...), osservazione (ricostruzioni con dati proxy e dati strumentali) e simulazione numerica (effettuata partendo da teoria e osservazioni) ci dicono, questa sembrava e sembra tutt'ora essere la relazione. Perché ricerca, studi, misure, analisi etc etc improntate su teoria e su osservazioni paleoclimatiche e strumentali (compreso l'ultimo discusso decennio) hanno permesso di affinare ulteriormente questa stima e sulle riviste scientifiche sono apparsi lavori che sostanzialmente corroborano questo valore di sensibilità del sistema, pur abbassandone leggermente range e valore centrale e riducendone il limite superiore. In poche parole, almeno con riferimento a questo aspetto del problema ma non solo, la ricerca si adegua all’evidenza, come sempre fa.
In termini di policy questa differenza può anche non essere banale, perché un sistema leggermente meno sensibile, ovvero un riscaldamento solo un poco inferiore rispetto alle attese (ammesso e non ancora concesso che lo sia davvero), concederebbe solo un po' più di tempo all’implementazione di eventuali ancorché inevitabili azioni di mitigazione, tra tutte, ovviamente la riduzione delle emissioni. Che ci crediate o no, si è pensato di stabilire che la temperatura media del pianeta non debba aumentare più di 2°C rispetto al periodo pre-industriale, sulla base della constatazione di quanto questo incremento termico (e gli associati mutamenti climatici e ambientali) possa rivelarsi impattante sugli ecosistemi e sulla loro capacità di resilienza, nonché su elementi chiave quali acqua, cibo e salute umana. Che ci crediate o no, qualcuno pensa che questa soglia sia stata stabilita per editto. Quel qualcuno, evidentemente, non sta bene.

Ma c’è la seconda domanda, il calore scaturito dall’alterazione del bilancio energetico, potrebbe essere finito in fondo all’oceano, trasportato lì dalle complesse dinamiche di scambio dell’energia di cui è appunto protagonista la massa liquida, che per inciso è quella che fa la maggior parte del lavoro di accumulo e stoccaggio dell'energia (ma non di trasporto meridionale, al di fuori delle latitudini equatoriali). Alcuni scienziati sono convinti che le cose stiano effettivamente così, ma i dati di cui si dispone circa il comportamento degli oceani, se in superficie hanno iniziato ad essere soddisfacenti da diversi anni, in profondità ancora non lo sono del tutto, pur se permettono già di trarre inferenze importanti. Comunque un po' troppo poco per trasformare l’ipotesi in una tesi, esattamente però come nel caso dei quindici anni di cui sopra. Per cui delle due l'una: o un decennio e punto è troppo poco oppure è già sufficiente. Che la sufficienza equivalga al poco, per qualcuno?
Senza considerare, poi, che, pure in modo abbastanza evidente, anche il contenuto di calore degli oceani ha proseguito imperterrito la sua corsa verso l'alto, palesando un altro comportamento atteso,  previsto e confermato. E anzi: accelerato in profondità, pur nell'incertezza della misura, e forse proprio per questo foriero di ulteriori considerazioni importanti.

E poi la terza. Il fattore di forcing che potrebbe aver agito in senso opposto al riscaldamento sono gli aerosol, cioè tutte le polveri di residuato di combustione da noi prodotte (sostanzialmente soprattutto fuliggine e solfati). Se per esempio nel secondo dopoguerra, altro periodo in cui CO2 e temperature andavano in direzioni opposte, su la prima e giù le seconde, sarebbe stato l’Occidente a produrre grandi quantità di aerosol solfati e quindi a limitare l’azione della crescente CO2 (sempre al netto della variabilità interna), il successivo intervento di regolamentazioni piuttosto severe e conseguente pulizia dell’aria avrebbe dato il via libera al riscaldamento. Dopo ancora, e siamo ad oggi, cioè alla stagnazione del riscaldamento su livelli molto alti, il lavoro “sporco” lo starebbero facendo le economie emergenti. Il discorso fila in termini dinamici, benché sul ruolo degli aerosol ci sia molto ancora da capire (ma molto, nel frattempo, si è capito nell'ultimo decennio di ricerca scientifica) e fila abbastanza bene anche in termini di scala. Perché un riscaldamento globale il cui forcing è ben distribuito si sposa comunque bene anche con un fattore limitante molto regionale ma dalla diffusione a grandi macchie di leopardo. Senza dimenticare che l’effetto di “ombreggiamento” indiretto della radiazione solare globale (associato alla formazione di nuvole) da parte dei solfati è fortemente non lineare: molto forte in zone poco toccate dal fenomeno (es. zone polari) e meno in quelle già inquinate.

C’è poi un altro ospite inatteso alla festa, forse l'unica vera novità . Il Sole, unica fonte di energia di tutto il sistema, dopo aver attraversato un lungo periodo di attività relativamente intensa ma per nulla eccezionale nel contesto plurisecolare, si è recentemente preso una relativa pausa di riflessione. Intendiamoci, la radiazione solare totale (sorta di proxy dell'attività della nostra stella), l’unico possibile parametro preso in considerazione dalle simulazioni climatiche, ha variato poco o punto la sua intensità. Ma tanto quanto basta per abbassare, a partire dall’inizio dell’ultimo ciclo solare, l’intensità della sua attività magnetica e dell'associato geomagnetismo (macchie e facole sono scarse dall'inizio del ciclo 24 nel 2008). Sin qui nessuno è riuscito a spiegare il perché, ci sono alcune teorie a riguardo, ma la cosa è ancora in attuale monitoraggio. Ovviamente non al punto di arrivare a far finta che non sia vero, come qualcuno sembrerebbe credere. La storia insegna che quando il Sole "si riposa" il pianeta si adegua raffreddandosi un pochino, o esacerbando un trend già in atto; la stessa storia insegna però anche che, nel tentativo di dare una spiegazione plausibile ad una anomalia climatica piuttosto protratta (per es. la PEG), in passato si sono fatte semplici e dirette speculazioni circa le cause e le attribuzioni, senza necessariamente trovare sempre dei riscontri causali. La simulazione ci dice, invece, che un'eventuale prolungamento della relativa fase di quiescenza non basterebbe a frenare gli effetti sul clima apportati dal fattore forzante principale e dalla sua ipoteca e inerzia.

Sicché le relazioni fra la consolidata ipotesi delle origini del riscaldamento globale (con l'associata e conseguente azione necessaria) e le dinamiche recenti della variabilità del clima possono far venire qualche legittimo dubbio ma si tratta perlopiù di dubbi fatui e in realtà la situazione climatica generale continua ad essere preoccupante.
Il dubbio scientifico non ha nulla a che vedere con la sua alimentazione ad arte e manipolazione surrettizia: in passato il dubbio, l'incertezza e la loro comunicazione, in questi ambiti, erano prassi e consuetudine scientifica ma negli ultimi tempi tendeva a prevalere il loro mercanteggiamento a fini ideologici, roba da malversati al soldo dei potentati petroliferi che chiaramente da una riduzione delle emissioni avrebbero molto da perdere e nulla da guadagnare e nell'utilizzo del dubbio scientifico a scopi propagandistici con campagne di disinformazione riprendono in chiave odierna tattiche e metodi già sperimentati in altri ambiti scientifici in diversi periodi. Spostare l’attenzione, fissarsi sui dettagli per poi negare il quadro generale: le solite tecniche del negazionismo climatico prese in prestito da ambiti collaterali per reiterare ignoranza contagiosa. Oppure roba da eretici che si consultano timidamente solo sui blog, non avendo magari nemmeno le più semplici e basilari  credenziali scientifiche.
Oggi se ne discute molto più apertamente, è vero: complice una maggior consapevolezza su queste tattiche meschine, una contingenza economica molto sfavorevole in cui gli stati - prima di salvare un clima il cui rischio è dubbio solo nel turbo di un libero mercato senza alcuna regola e alla base della stessa crisi - hanno il problema di far mettere insieme il pranzo con la cena ai loro cittadini, e complice anche un equilibrio delle forze sempre più spostato a Est, ovvero verso Paesi che non hanno nessuna intenzione di proseguire la loro crescita infischiandosene delle policy climatiche (sia di adattamento che di mitigazione). E se ne discute sulle pagine di veri e propri termometri dell’orientamento, come il New York Times, il Financial Times e il Washington Post, a volte, sebbene timidamente, ripresi anche dai nostri media, come questo.

Insomma, prevedere è certamente difficile, soprattutto il futuro. E c’è da stupirsi semmai come qualcuno abbia potuto pensare che si desse per scontato il contrario. Si dice anche che tutti i modelli siano sbagliati, ma qualcuno è utile. Ecco: se non altro, questi sviluppi nuovi ma tutt'altro che “inattesi”, hanno il doppio pregio da un lato di far emergere meglio la dimensione euristica che sta dietro la simulazione numerica e i suoi modelli; dall'altro permettono alla comunicazione della scienza del clima di riappropriarsi della dimensione dell'incertezza, di una parte importante del dubbio e del suo diritto di essere trattato come tale. Un ingrediente che è meglio non manipolare troppo se non si vuol rischiare di trovare un piatto troppo scarno.

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Ecco infine l'articolo originale dell'"aggiornatissimo" "climatologo" pubblicato sul "famosissimo" ed "autorevole" quotidiano "laico, indipendente ed equilibrato".



4 commenti:

  1. Il pio alt.uff scrive sul prestigioso bollettino della diocesi locale - tendenza svipop?

    Il sole è sempre in pausa, l'ENSO pure e speriamo che duri perché la temperatura fa tutto da sola - rif i dati NOAA.

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  2. Riccardo Reitano23 giugno 2013 15:01

    Non ho capito il perchè di questo post finché non ho letto l'originale. Dev'essere stato un lavoraccio scriverlo, chapeau.

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    1. "Non ho capito..."
      Allora l'intento è riuscito!

      "lavoraccio"
      beh, fino ad un certo punto. Lo scheletro del pezzo c'era già, e rovesciare un guanto che c'è già è sempre meno dispensioso che andare a sceglierne uno nuovo di zecca. Il più è stato l'abbellimento con collegamenti appropriati. Ma gran parte sono già nel database ;-)

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