giovedì 14 febbraio 2013

Alpi nel tempo V - L'uomo nell'Olocene

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Prendo in prestito il titolo del capolavoro di Max Frisch (mostra) per proporre un articolo scritto da un ospite entomologo ed ecologo a proposito delle ricostruzioni dell'occupazione umana, di quelle ambientali e climatiche in area alpina (con focus la Valle Bavona, Alpi Lepontine nel nordovest del canton Ticino, ai piedi del più grande ghiacciaio ticinese) mediante l'utilizzo della paleobotanica.
Cresce, in effetti, l'interesse dei ricercatori per un campo di indagine che era rimasto finora piuttosto negletto, dal punto di vista geografico: la presenza dell'uomo nella regione alpina migliaia di anni or sono, in coincidenza del cosiddetto ottimo climatico olocenico.

Vi posto l'articolo e alla fine aggiungo un paio di puntualizzazioni di carattere climatico.


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Guest post di A. Focarile

Un’ardita e capiente funivia ci trasporta, con un solo balzo, dai 1000 metri di San Carlo all’ampia conca di Robiei a 1900 metri nell’alta Valle Bavona (una tributaria della Valle Maggia), ai piedi del Basodino (3272 metri), la seconda vetta delle Alpi ticinesi.
Non vi sono più alberi a questa quota, ma preziose testimonianze – documentate con le analisi polliniche – ci narrano la storia ambientale passata, e la presenza umana nel corso di diversi millenni, dopo la definitiva ritirata dei ghiacciai locali.
L’attuale lago artificiale di Robiei (1940 metri) è il risultato della costruzione di una diga di contenimento eretta negli anni Settanta per scopi idroelettrici. Prima di questi anni recenti, e durante qualche millennio (fin da 4000-5000 anni or sono), al posto dell’attuale e imponente bacino, che contiene cinque milioni di metri cubi di acqua, esisteva un’ampia conca più o meno paludosa, avanzo dei resti di un ghiacciaio fossile. Una conca boschiva, poi lentamente dissodata dai primi abitatori e trasformata in pascolo, grazie alla presenza del bosco, le cui caratteristiche saranno fedelmente rivelate grazie alle analisi dei pollini.
Il mondo alpino, a lungo ignorato dagli archeologi e da altri ricercatori, comincia da diversi anni a suscitare il loro interesse, grazie a tutta una serie di più o meno fruttuose ricerche, che stanno rivelando la molto antica frequentazione e occupazione delle «alte terre» da parte dei nostri antenati. A questo proposito, uno stimolo è stato generato dalla clamorosa e inaspettata scoperta di Oetzi nel 1991, battezzato «l’uomo dei ghiacci», e la cui presenza – a cavallo tra il Tirolo e l’Alto Adige – è stata fatta risalire a 5400 anni da oggi, grazie alle datazioni dei reperti organici con il metodo del Carbonio 14 (C14).

 Nell’alta Valle Bavona, sia nella conca di Robiei prima della costruzione dell’invaso, sia nella località nota come Randinascia (2167 metri), si è realizzata la fortunata concomitanza di poter eseguire analisi polliniche – da parte di un capace paleobotanico – e scavi archeologici preliminari allo splüi della Randinascia. Entrambe queste indagini hanno consentito di raccogliere una preziosa documentazione sulle prime presenze umane e sulle loro caratteristiche.
Del tutto recentemente, l’attenzione dei ricercatori è stata rivolta per la prima volta ad un campo d’indagine che era rimasto finora negletto dal punto di vista geografico: la presenza dell’uomo nella regione alpina. Sono state così trovate probanti testimonianze di vario valore documentaristico oltre i 2000 metri di altitudine: nel Tirolo e nel Trentino, in Lombardia e nel nostro Cantone in varie località della Valle Maggia, nel Vallese e in Valle d’Aosta e fino in Savoia, comprendendo in tal modo un’area geografica di diverse migliaia di chilometri quadrati.
Nel Vallese, ai piedi del Cervino, alla base di una parete nei pressi dello Schwarzsee (2600 metri di quota), scavi archeologici hanno rivelato la presenza di reperti organici datati ben 7500 anni da oggi, testimoniando una molto precoce frequentazione dell’alta montagna durante un periodo climaticamente più benigno dell’attuale da parte delle prime comunità stanziali di « homo alpinus », dopo la definitiva ritirata dei ghiacciai locali.
Non si trattava più di cacciatori erranti e isolati, come Oetzi, bensì di stanziamenti più o meno permanenti. Lentamente, e risalendo le grandi direttrici fluviali de1 Danubio, del Reno, del Rodano (e dei loro affluenti), l’uomo alpino lasciava fino ai nostri giorni le eloquenti tracce della sua presenza. Il nostro antenato, grazie a una capillare e perigliosa penetrazione geograficamente sempre più profonda, veniva a popolare le Alpi. Non più gli ingressi delle caverne, contesi agli animali come in passato, bensì prese di possesso di anfrattuosità più o meno utilizzate con rudimentali adattamenti, magari tra i massi e le sporgenze spioventi delle rocce. I materiali da costruzione non mancavano: il legname, grazie al bosco che raggiungeva quote elevate, e il materiale litico, talora sfaldabile in lastre, se la natura della roccia lo permetteva.

La presenza umana passata nel territorio è testimoniata grazie a due fonti d’informazione. La prima, diretta, è derivata – grazie agli scavi archeologici puntuali – dal ritrovamento di manufatti e oggetti prodotti dall’uomo: dapprima con la pietra (silice) e in epoca successiva con ossa di animali, con leghe metalliche quali il bronzo, poi tardivamente con il ferro e la ceramica. La seconda, indiretta, è rivelata dalla presenza pollinica di vegetali caratterizzanti il tipo della copertura vegetale dei luoghi e, quindi, delle condizioni climatiche dell’epoca considerata. Persino dell’eccessivo sfruttamento dei pascoli, grazie all’abbondante presenza di erba cervina (Nardus), ortiche, lavazze ( Rumex), acóniti.
Dopo la lenta ma continua ritirata degli apparati glaciali (12mila anni or sono), che occupavano l’alta Valle Bavona, superfici sempre più ampie si aprivano al progressivo affermarsi della vegetazione: dapprima licheni e muschi, successivamente erbe, arbusti e infine alberi. Questi ultimi raggiungevano altitudini ben più elevate di quelle riscontrabili in epoca attuale, rendendo quindi possibile l’insediamento dei primi uomini dediti alla pastorizia.
È molto probabile che la penetrazione e la prima occupazione del territorio siano avvenute dalla occidentale Valle Formazza, attraverso la Bocchetta di Valle Maggia (2635 metri), un valico di agevole accesso anche in epoca attuale. Mentre da sud, le precipiti e inaccessibili forre boscose costituivano un insormontabile ostacolo per accedere in quota e creare degli insediamenti a Robiei. L’aereo percorso da San Carlo dà un’idea dell’asperità dei luoghi.

Il professor Max Welten, rinomato paleo-botanico e docente dell’Università di Berna, aveva avuto la fortuna di poter eseguire dei carotaggi negli strati torbosi della conca di Robiei fino alla profondità di nove metri, appena in tempo prima che, con la costruzione della diga di contenimento, la conca stessa fosse trasformata definitivamente in un bacino profondo 70 metri: l’attuale lago dove per molti secoli era ubicato un alpeggio. E, per esserci un alpeggio, doveva esistere una sufficiente copertura boschiva nei dintorni. Copertura in epoca attuale completamente assente.
La serie continua di campionature negli strati torbosi ha consentito di ricostruire le vicende climatiche e i differenti aspetti ambientali che si sono susseguiti nell’arco di 10mila anni dopo la ritirata del glacialismo locale.
Dalle ricerche del professor Welten siamo a conoscenza dell’affermazione progressiva delle seguenti fasi di presenza vegetale: tra 10’800 e 10’100 anni si ha una fase pioniera con salici, betulle e pini cembri. Tra 10’000 e 9000 anni da oggi, dominanza di larici e cembri. Inoltre la presenza di piante acquatiche documenta la presenza di un laghetto al centro della conca. Tra 9000 e 7400 anni da oggi è dominante una foresta-parco con formazioni aperte di cembri, larici e salici arbustivi. Compaiono mirtilli ( Vaccinium ), brugo ( Calluna ) e rododendri. Tra 7400 e 4500 anni da oggi, si hanno le prime tracce di culture dell’epoca neolitica, indice di una presenza umana permanente nella conca di Robiei. Durante questa epoca, il clima era più benigno rispetto a quello attuale, il bosco raggiungeva una quota di circa 2300-2400 metri, vi era abbondanza di legna, preziosa per l’attività casearia, e di acqua. Tutte condizioni favorevoli che consentivano insediamenti umani anche in quota.
Lentamente, la conca con annesso laghetto era dissodata e il bosco era eliminato con incendi volontari. Tutt’oggi, in alcuni settori della conca, sono visibili nelle scarpate dei sentieri tracce di livelletti di legno carbonizzato, e ampie superfici erano create per il pascolo dei bovini, ormai addomesticati. Dai pollini analizzati dal professor Welten è stato possibile documentare che i primi uomini, avventuratisi nell’alta Valle Bavona, abbiano trovato un bosco di larici, cembri e abeti bianchi (Abies alba).
Per quanto riguarda lo splüi della Randinascia, sono stati eseguiti preliminari scavi all’ingresso, che hanno consentito di raccogliere alcuni cocci di ceramica e schegge molto affilate di cristalli di quarzo (cristallo di rocca). Ma è probabile che ricerche più accurate porteranno alla scoperta di reperti maggiormente probanti. Dalle prime datazioni della ceramica, si tratta di insediamenti molto più recenti (3400 anni da oggi), rispetto a quanto si è potuto rilevare a Robiei, grazie alle analisi polliniche e corrispondenti datazioni con il metodo del C14.
Chi sale a Robiei, forse per incamminarsi verso il Basodino o il Cristallina, non immagina quanto si possa apprendere in merito alla storia umana di quei luoghi elevati grazie alla curiosità e all’entusiasmo di pochi e motivati studiosi.

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Abbiamo già dedicato qualche post sul tema qui su MS, in particolare invito a rileggere questo.
Le testimoniante paleobotaniche e archeologiche, se da un lato testimoniano di insediamenti alpini più precoci di quel che finora si credeva, dall'altro documentano pure come da allora il clima non sia più stato così caldo come quello odierno (se ne discuterà anche al primo seminario primaverile di fisica del clima e dell'ambiente all'Uni di Berna, ospite l'esperto archeologo e botanico prof. Hafner, a capo del progetto di ritrovamento di reperti sul ghiacciaio dello Schnidejoch).

A tal proposito, occorre sempre ricordare come:

1) le ricostruzioni climatiche del lontano passato effettuate mediante inferenze di tipo paleobotanico vadano contestualizzate al tipo di insediamento presente. Come già detto nel post citato, le implicazioni di tipo antropico nello sfruttamento boschivo recente costituiscono un bias non indifferente: si pensi alla possibile sottovalutazione della quota del limite arboreo recente a causa delle forti perturbazioni antropiche dovute alle pratiche pastorizie.

2) le ricostruzioni glaciali alpine mostrano altresì che all'epoca dell'insediamento antropico il clima doveva essere più mite perché i ghiacciai erano meno estesi rispetto ad oggi. Tuttavia va sempre relativizzato il concetto che noi diamo all'oggi, quando si parla di dinamiche glaciali. Se per oggi intendiamo il medio XX secolo, direi che la cosa ha un senso. Ben altro, invece, se per esso intendiamo gli anni attuali. Tenendo in considerazione il fatto che i ghiacciai (soprattutto quelli più grandi, ovviamente) non sono in equilibrio con le condizioni climatiche attuali e mostrano dinamicamente il risultato delle sollecitazioni climatiche di diversi decenni fa (per es. per l'Aletsch si parla di un tempo di risposta all'equilibrio di 50-100 anni!), è molto probabile che si sia già superato l'Optimum olocenico. Per giganti come l'Aletsch è solo questione di pochi anni per vederli tornare ai livelli che avevano durante l'età del bronzo.

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