Quando il clima flagella l’economia


Guest post di P. Schiesser


Alcuni fatti indicano che il presidente americano Obama si sta togliendo i guanti di velluto con cui ha mosso le leve del potere nel suo primo quadriennio e che sta mostrando la grinta di chi vuole lasciare un segno: preme per una legge più severa sulle armi, ha tenuto testa ai repubblicani sul bilancio dello Stato, si permette di scegliere con Chuck Hagel un ministro della difesa inviso alla destra israeliana e alle cerchie che negli Stati Uniti la sostengono.
E di grinta ne sarà richiesta molta, per affrontare le enormi sfide che lo attendono anche nei prossimi quattro anni, dall’economia americana e mondiale alla Primavera araba.

Ma sarebbe auspicabile che un posto nella Storia lo cercasse anche assumendo la guida della comunità internazionale nella lotta contro i mutamenti climatici, promessa al momento della sua prima elezione, ribadita dopo la sua rielezione, ma mai mantenuta. Anzi, nuovamente smentita nei fatti dal rappresentante statunitense alla conferenza sul clima svoltasi a Doha in dicembre, Todd Stern, che con le sue parole ha raffreddato entusiasmi ed aspettative.

Paradossalmente, il peggior nemico del clima è un’economia in crisi: ci si dimentica rapidamente dei problemi planetari quando scarseggia il pane sulla tavola. L’Europa è troppo impegnata a superare una severa crisi economico-finanziaria per ricordarsi di concretizzare rapidamente la promessa di abbattere del 50 % le emissioni di CO2. Gli Stati Uniti si stanno addirittura preparando ad una nuova rivoluzione energetica che li vedrà presto sfruttare le enormi riserve nazionali di gas naturale grazie a una nuova e poco costosa tecnologia – tutto il contrario di una svolta verso una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

Tuttavia, recentemente è suonato un campanello d’allarme che Obama e i suoi concittadini farebbero male ad ignorare: scrive nel suo rapporto annuale il National Climatic Data Center americano che per gli Stati Uniti il 2012 è stato l’anno più caldo dall’inizio del 1900 e il secondo per eventi estremi. Iniziato con un inverno molto mite, proseguito con una primavera arida, aggravato da una siccità estiva che ha colpito il 61% del territorio nazionale (e fatto esplodere i prezzi del grano), spazzato da tempeste denominate «Derecho» che il 29 giugno in linea retta (come suggerisce il loro nome in spagnolo) hanno attraversato numerosi Stati dal Midwest alla costa orientale con venti a 100 km/h, e infine piegato dall’ancora più tristemente famoso uragano Sandy abbattutosi su New York e dintorni, è stato un anno come se ne sono visti raramente negli Stati Uniti.
Chi studia il clima è convinto che il riscaldamento atmosferico e l’aumento di eventi estremi sono correlati. Il fatto che i dieci anni più caldi sono annoverati negli ultimi quindici conferma che il riscaldamento terrestre è in atto, al di là di fluttuazioni naturali. Che nel 2012 la temperatura media negli Stati Uniti ha compiuto un balzo di un intero grado Fahrenheit (una differenza di 0.55 gradi Celsius) rispetto al precedente anno più caldo (1998) ha stupito gli autori del rapporto, tenuto conto che la differenza fra l’anno più freddo (1917) e quello più caldo (1998) era stata di soli 4.2 gradi Fahrenheit.

Detto ciò, si può concludere che un clima castigato è un severo nemico dell’America: gli undici maggiori disastri del 2012 sono costati agli Stati Uniti perdite superiori ai mille miliardi di dollari, di cui oltre 60 miliardi a causa di Sandy. Senza contare le sofferenze umane.
Barack Obama potrà quindi passare alla Storia in due modi: per aver impresso una svolta ecologica alla politica energetica americana e mondiale, o per avere sprecato l’ultimo momento utile per tentarci.

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