venerdì 28 dicembre 2012

Quando il carbone uccide


Questa è l'ultima delle 4 parti dedicate al dopo Doha. Dopo quella dei bicchieri e del fumo, saremmo adesso alla metafora delle bottiglie. Perché è anche vero che prima dei bicchieri, forse, è sempre meglio guardare alle bottiglie, o più in generale alle risorse.

E oggi ci occupiamo dello sporco e tossico carbone, mettendo in risalto non solo le perverse implicazioni di natura ambientale e sociale che il suo uso comporta, ma pure alcuni importanti e recenti riflessi di carattere economico e finanziario. Prendiamo come scenario d'indagine il mercato europeo e quello svizzero. Sappiamo che un po' ovunque gli investimenti nel carbone si sono rivelati, negli ultimi tempi, molto travagliati e poco fruttuosi tanto che, confrontati con situazioni finanziarie difficili, diversi grandi produttori di energia europei e svizzeri hanno deciso di abbandonare questo agente energetico. Tra opposizioni ferventi, autorizzazioni negate, cantieri abbandonati, budget superati e perdite finanziarie, facciamo dunque il punto su un fenomeno che continua a fare discutere, tanto per le sue implicazioni sociali ed ecologiche che per i suoi risvolti finanziari.



fonti: qui, qui e qui.

Tra il 1999 e il 2009 le società elettriche svizzere hanno fatto registrare degli ottimi risultati economici. Secondo l'Ufficio federale dell'energia, in 10 anni i benefici del settore si sono quasi decuplicati, passando da 670 milioni a 5.62 miliardi di franchi. Disponendo di maggiori risorse finanziarie, le principali aziende elettriche elvetiche hanno deciso di costruire nuove centrali: impianti di pompaggio-turbinaggio in Svizzera e centrali termiche a gas e carbone all'estero, soprattutto in Italia e in Germania. Dal 2007 almeno 9 società elvetiche, completamente o parzialmente pubbliche, hanno scommesso sul carbone tedesco e ben noto è il progetto di costruzione della centrale di Saline Joniche in Calabria (un simbolo del fallimento delle politiche industriali degli anni Settanta, progettato sulle macerie della vecchia industria Liquichimica) promosso dalla società del Cantone Grigioni RepowerContestato da più parti, l'investimento (di più di un miliardo di euro!) sarà sottoposto alla popolazione del Cantone svizzero il prossimo mese di settembre e verosimilmente avrà vita molto molto dura.
Ne avrebbe forse meno se invece del solito sporco e tossico carbone - con 7.6 milioni di tonnellate di CO2 annue, le emissioni che genererebbe la centrale di Saline Joniche equivarrebbero a quanto emette mediamente ogni anno ogni svizzero, ovvero a circa il 15% del totale annuo nazionale -, la società promuovesse, per es., lo sviluppo di un progetto di energie rinnovabili, eco-compatibile e conciliabile con la vocazione turistica della regione*.
Questi investimenti furono ispirati in primo luogo da motivazioni di carattere finanziario. All'epoca il carbone era molto in voga e considerato potenzialmente redditizio: gli elevati prezzi dell'elettricità tipici di quel periodo hanno ingolosito gli operatori svizzeri che, grazie ai nuovi impianti, intravvedevano la possibilità di produrre e vendere energia per un mercato europeo che andava vieppiù liberalizzandosi.

Gli investimenti nel carbone hanno creato dibattito soprattutto per il loro impatto climatico. Da un lato gli investitori continuano a parlare di «centrali di ultima generazione» e di «tecnologia moderna», mettendo in evidenza i progressi tecnici che hanno fatto diminuire l'impatto ambientale del carbone, dall'altro gli oppositori fanno rimarcare come proprio il carbone rimane l'agente energetico più inquinante utilizzato per produrre elettricità. Il fatto che la costruzione di una centrale a carbone sia impensabile in Svizzera e che questi investimenti siano stati portati avanti da società in gran parte pubbliche, ha suscitato l'indignazione di chi ci vede una mancanza di coerenza con la politica climatica della Confederazione.

 Il carbone non suscita perplessità soltanto per il suo impatto climatico: anche la sua resa finanziaria è messa in discussione. Una previsione che si basava sulla volontà dell'Unione europea di voler aumentare il costo dei certificati di emissione di CO2 necessari per l'esercizio delle centrali a combustibili fossili. Un aumento di questi certificati, genererebbe in effetti un costo supplementare importante per la produzione di elettricità a partire dal carbone.
Gli ecologisti non sono però gli unici ad avere espresso la propria perplessità: numerose voci critiche si sono levate anche dal mondo economico e scientifico. In uno studio apparso nel 2010, persino il think tank neoliberale Avenir Suisse ha presentato questi investimenti all'estero come «un importante rischio preso con i soldi dei contribuenti».
In un bilancio retrospettivo, oggi si può dire che l'avventura nel carbone delle società svizzere si è rivelata infruttuosa. Per vari motivi quasi tutti i progetti sono stati abbandonati definitivamente. Ciò ha generato dei costi inutili per le società, come i 7 milioni di franchi persi da Repower per l'investimento nell'impianto tedesco. I portavoci di queste società ammettono ora che la corsa al carbone è finita o sta volgendo al termine. Un'altra importante società svizzera, Alpiq, è anch'essa in grande difficoltà. L'azienda di Losanna, ha chiuso l'esercizio 2011 con una perdita netta di 1.3 miliardi di franchi. Alpiq è stata costretta a tagliare dei posti di lavoro e a procedere a una ristrutturazione drastica delle sue partecipazioni nelle centrali estere.

Le aziende elettriche hanno presentato i propri investimenti nel carbone agitando spesso lo spettro della penuria di energia elettrica. Certo, il consumo di elettricità non cessa di aumentare: per es. in Svizzera aumenta mediamente del 2% all'anno (a causa di servizi e soprattutto di economie domestiche sempre più energivore), un quinto in più in un decennio, il 40% in più in un tempo generazionale, cioè l'equivalente della quota parte di quanto viene prodotto in loco mediante il nucleare. Ma la situazione non sembra per ora palesare nessuna carenza, anzi: «Siamo attualmente in una situazione di sovrapproduzione di elettricità» ha affermato di recente un membro di direzione dell'Associazione delle società elettriche svizzere (AES). Questo, in un'economia dell'energia elettrica che dipende in larga parte dall'acqua (in Svizzera nella misura del 55-60%), ovviamente soprattutto d'estate e d'autunno mentre i principali problemi si hanno d'inverno durante le fasi di punta, legate al forte consumo.
Comunque quest'abbondanza ha favorito la discesa dei prezzi e causato non poche difficoltà alle aziende elettriche. Negli ultimi anni i gruppi svizzeri avevano guadagnato molto con l'energia di punta, prodotta dalle dighe nelle ore di forte consumo e venduta a prezzi elevati ai vicini europei. L'aumento dello sviluppo delle nuove energie rinnovabili in questi Paesi ne ha però fatto diminuire fortemente la domanda. Una situazione che inquieta il presidente dell'AES che ha sottolineato di recente come i profitti dei membri dell'associazione si siano «deteriorati drammaticamente» proprio nel commercio di elettricità. Una situazione che rischia di ripercuotersi anche sulle società che hanno investito nel carbone in un Paese, la Germania, dove l'energia rinnovabile è fortemente sovvenzionata e ha un accesso privilegiato alla rete.
Ricordiamo come questo sacrosanto principio - chiamato feed-in-tariff (anche qui) e basato su iniziali lievi aumenti delle tariffe delle energie tradizionali al fine di raccogliere fondi e sovvenzionare il decollo delle rinnovabili per poi diminuire man mano che le nuove tecnologie diventano concorrenziali e fino a scomparire - fu formulato da Hermann Scheer proprio in Germania nella legge sulle energie rinnovabili (e poi copiata in sessanta paesi) ed è una delle cause del boom delle rinnovabili in questo paese.

Così, il margine confortevole che le società elettriche svizzere pensavano di potersi assicurare con l'elettricità fornita dal carbone rischia di erodersi, paradossalmente proprio a causa dello sviluppo dell'energia eolica e solare: «Bisogna considerare il fatto che i prezzi dell'elettricità sono diminuiti in modo significativo e che la crescita attuale delle energie rinnovabili causerà una situazione di sovracapacità nei prossimi anni» spiega il direttore dell'Istituto di economia e ecologia dell'Università di San Gallo. «Siccome le energie rinnovabili hanno una priorità politica e costi marginali molto bassi, la produzione di elettricità col carbone diventa sempre meno redditizia».
Un recente studio (vedi anche qui) del Ministero dell'ambiente del Nord Reno Vestfalia sembra confermare questo scenario: a causa della riduzione dei prezzi dell'energia causati dalla grande quantità di energia prodotta dalle centrali solari e eoliche, 29 centrali della regione sarebbero a rischio chiusura entro il 2014.
E se invece di subire la concorrenza delle nuove fonti rinnovabili si puntasse di più su di esse?

*A proposito di Repower: interessante l'ennesima operazione di marketing terrapiattista con fini di lifting carbonico, tutt'ora abbastanza in voga (seppur démodé) nel mondo variegato e variopinto di Big Oil & Big Coal. Guardate, se ce la fate, come nel video sul sito della SEI - la società incaricata del progetto della centrale di Saline Joniche e detenuta al 67.6% da Repower – si elenchino le virtù del carbone e della CO2 emessa. Riporto le perle, con note [tra parentesi e in corsivo] del sottoscritto:



“Quando si parla di carbone si pensa subito alle emissioni di CO2 e al cosiddetto effetto serra [beh, per forza,...]. È importante però ricordare che il CO2 è il gas prodotto quotidianamente dalle piante e dal nostro organismo quando respiriamo [ma va? ma il messaggio è indirizzato a potenziali azionisti o ai bimbi della scuola d'infanzia di quartiere?]. Per questo motivo non è tossico [certo, certo, ma come per tutto c'è un limite e forse si dimenticano che qualcuno di autorevole, in realtà, lo considera tale]. È proprio l'effetto serra a permettere la vita sul nostro pianeta [wow, questa la devono aver rubata dai baci perugina...]”.

Insomma: consigliamo loro di chiedere alla Befana, invece del solito sporco e tossico carbone, un bel libro sul ciclo del carbonio al fine di aggiornarsi sul tipo e sull'intensità di perturbazione che l'era antropocenica vi sta apportando.



Update 16/1:  Repower (da poco in mani pubbliche, essendo oggi una società controllata dal Cantone Grigioni, dopo le difficoltà finanziarie e il ridimensionamento di Alpiq, ma nel frattempo anche nominata alla grande nell'imminente Public Eye Award di Davos ed in ottima compagnia, con Coal India e Shell, fra gli altri), riduce drasticamente la sua partecipazione al fallimentare progetto della centrale a carbone di Saline Joniche (vedi anche qui), cedendo quasi il 40% della quota del pacchetto azionario a un partner, per ora ignoto (e forse un po' sprovveduto?). Oggi le sue partecipazioni si riducono ad un misero 20%, sempre che il progetto vada in porto, trovandosi oltretutto, allo stato attuale delle cose, davanti al tribunale amministrativo regionale del Lazio (a cui la regione Calabria, insieme agli ecologisti, ha fatto ricorso per la decisone del nullaosta ecologico da parte del governo). È il presumibile inizio della fine. Dopo aver perso diversi milioni di franchi nel fallimento e naufragio di un progetto simile nel nord della Germania (la centrale a carbone a Brunsbüttel), forse comincia ad aver compreso l'antifona.
CVD.


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