Rio−20?

Chiusa la mega-conferenza Rio+20, a 20 anni dal primo summit internazionale sulla Terra. Bilancio sintetico e provvisorio sui risultati del summit e su quanto (non) fatto negli ultimi due decenni in tema di sostenibilità.
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Chiusa la mega-conferenza Rio+20, a 20 anni dal primo summit internazionale sulla Terra e a 40 da quello di Stoccolma sull'ambiente umano, vera e propria pietra miliare del concetto dinamico di sviluppo sostenibile.

Nessun fiasco, ma ambizioni riviste decisamente al ribasso e consenso a una risoluzione finale proposta dal Brasile che accontenta tutti, vale a dire che non disturba nessuno: questo il succo della tre giorni.
Sarà per questione di priorità (dall'emergenza di alcuni alla sopravvivenza di molti altri fino allo spreco per default), sarà per mancanza di tempismo e coraggio in tempi oscurati da crisi o sarà per altro ancora (l'impressione è che ultimamente le grandi conferenze multilaterali non riescano più a dare bella mostra di sè), tempi e misure concrete da intraprendere – una volta riconosciuta e accettata la strada della sostenibilità, ma sostanzialmente lo era già 20 anni fa – rimangono un bel problema di quadratura del cerchio a geometria variata con variegato amarena.
Il testo uscito è un compromesso che lascia tutto più o meno come era prima delle discussioni preparatorie (si temeva persino un Rio-21, vale a dire una retromarcia anche rispetto a Rio92) e riafferma impegni e principi della comunità internazionale nel cammino verso uno sviluppo sostenibile, ma non fissa né scadenze né mete concrete. Se ripenso all'Agenda 21, mi vengono i brividi di saudade.
Di nuovo, c'è comunque un piccolo passettino consistente nell'accettazione della green economy come valvola salvavita del futuro.
Di pessimo, invece, tutto il problema della protezione climatica, come già sappiamo. E quello dell'esaurimento di molti stock minerali e dei vari picchi che ci coinvogono già o che si stagliano all'orizzonte o dietro l'angolo di dietro.
E il fatto che, essendo in un sistema chiuso, l'entropia cresce per cui mi pare illusorio consolarsi con una conferma di principi sanciti due decenni fa.

Rio+20 intendeva anche essere un momento per stilare un bilancio su quanto fatto negli ultimi due decenni, dal summit di Rio del 1992 in avanti (qui una scheda riassuntiva sulla situazione in Svizzera, qui un factsheet sulla sicurezza dell'acqua e sulle conseguenze per la Svizzera in epoca di sostenibilità auspicata, preparato da ProClimKFPE e CHy sul modello ispirato dalle serie di Policy Brief scaturite dal meeting Planet under Pressure tenutosi lo scorso mese di marzo a Londra).
Ecco alcuni spunti tratti da un'intervista a Dominique Bourg, professore ordinario alla facoltà di Scienze della Terra e dell'Ambiente dell'Università di Losanna (sopra e qui accanto l'intervista integrale rilasciata ad un quotidiano svizzero).



Risultati e bilancio ambientale 
 Nel 1992 ci furono molti risultati: le 3 convenzioni quadro sui cambiamenti climatici, sulla biodiversità e sulla desertificazione, testi sulla deforestazione, sulla protezione dei mari e degli oceani, l'Agenda 21 (la creazione di commissioni sullo sviluppo sostenibile in diversi paesi), all'epoca ci fu un vero slancio. Il bilancio però è purtroppo molto brutto: nel 2010 a Nagoya si è dovuto ammettere che gli obiettivi della convenzione sulla biodiversità non sono stati raggiunti e la biodiversità continua a degradarsi fortemente; sul clima va forse anche peggio e dopo lo stallo parziale delle ultime conferenze mi pare che al massimo si riuscirà a contenere l'aumento di temperatura entro i 2.5 gradi, anche se probabilmente, per ragioni di infrastruttura, non ce la faremo nemmeno e siamo tutt'ora sulla traiettoria di un aumento di 3.5 gradi o più, il che è letteramente catastrofico, visto che un aumento di 4 gradi significherebbe una caduta della produzione alimentare mondiale. 

✔ Bilancio delle componenti economiche e sociali
Il bilancio sul piano sociale è un po' più mitigato: è vero che ci sono 300 milioni di cinesi, 300 milioni di indiani e 100 milioni di brasiliani che hanno raggiunto un livello di vita assolutamente corretto, ma abbiamo sempre 1 miliardo di persone che ha fame, almeno 2 miliardi che vivono con meno di 2 US$ al giorno e soprattutto abbiamo un impoverimento delle calssi medie in tutti i paesi industrializzati. Anche in questo specifico caso, quindi, un bilancio catastrofico.

✔ Con i se e con i ma: il mondo avrebbe potuto fare meglio da allora? Quali le cause e i responsabili di questo stato di cose?
La cause sono molteplici: lo sviluppo sostenibile è contemporaneo all'estensione del sistema neo-liberale ed è stato spazzato via dalla deregulation; non c'è armonia immediata tra la dimensione sociale, ambientale ed economica e – partendo dal presupposto del peso paritetico da attribuire alle 3 componenti fra loro bilanciate - c'è anche stato per troppo tempo un fraintendimento (o una rimozione più o meno voluta) dell'intreccio fra i 3 pilastri e dei vincoli termodinamici in gioco. È palese che l'economia è un prodotto della società e queste a loro volta sono vincolate alla componente ambientale (cioè all'intero pianeta) che le racchiude: più che una trilancia, occorrerebbe ricordarsi sempre che si tratta di uno schema a cerchi concentrici, con la componente ambientale che racchiude le altre e che ci attende sempre dietro l'angolo con i suoi vincoli fisici.
In questo senso, un'armonia non può certo provenire dal mercato: finora l'economia è stata il primo killer ma è anche la prima vittima dei problemi ambientali.
Inoltre ci siamo essenzialmente concentrati su aspetti tecnologici: fu così a Stoccolma anche nel 1972, ma lì si trattava essenzialmente di lottare contro l'inquinamento e questo la tecnologia lo sa fare, producendo e consumando meglio.
Oggi il problema è diverso, è un problema di flussi di materia e di energia in continua crescita. Per risolverlo, bisognerebbe produrre e consumare non meglio, ma meno, e questo non è un problema di tecnica, bensì un probelma sia di regolazione e di norme sia di mentalità. In effetti, la descrescita tanto auspicata in Occidente, è ancora pura utopia nel linguaggio economico e politico ai tempi della crisi (tutto preso dalla contrapposizione crescita contro rigore e politicamente non redditizio), ma, come dicevo prima, i vincoli fisici e termodinamici della dimensione ambientale della sostenibilità sono sempre lì ad attenderci dientro l'angolo e prima o poi (forse più prima che poi) ci mostreranno il conto.

Forse ce lo stanno già mostrando?

✔ Soluzioni?
Ricette miracolose non ce ne sono, ovviamente. Ma coerentemente con quanto dicevo prima, la soluzione molto probabilmente passa attraverso un cambiamento di sistema che è inseparabile da un cambiamento di comportamento e di stile di vita. Qualcosa che le società sono molto poco inclini ad accettare.

Insomma: la chiave di un vero sviluppo durevole risiede nel concetto di responsabilità personale. A cosa servono allora simili summit? Ecco, a tal proposito, l'opinione del premio Nobel per la chimica nel 1991 Richard Ernst che all'Istituto Svizzero di Roma ha parlato proprio della nostra responsabilità per un futuro sostenibile.
Questi vertici rimangono molto importanti, occorre continuare a lavorare su queste linee guida. Nonostante non si sia realizzato granché finora e le difficoltà economiche attuali sembrino diventare più rilevanti rispetto alla preservazione del nostro futuro ecologico al punto da continuare a pensare di poter sacrificare l'ambiente in nome della crescita e per fare maggiori profitti, nonostante avere l'equilibrio nella bilancia dei pagamenti sembri l'unica preoccupazione e pare essere più importante di sapere che cosa stia succedendo al nostro ambiente, rimango cautamente ottimista.
Perché la parola chiave per una sostenibilità di sostanza e non solo di forma risiede nella responsabilità personale: ognuno deve fare il proprio lavoro, non dovremmo allontanarci dall'idea che ognuno debba comportarsi in modo conforme a certe regole.
Il filosofo Hans Jonas lo ha espresso con un concetto molto semplice che cattura l'essenziale: nessuno dovrebbe fare nulla che diminuisca le opportunità per le future generazioni di avere una vita decente. Nauralmente è un bel principio, ma relativamente difficile da realizzare. In primis perché sembra proprio che ognuno di noi, nella sua vita quotidiana e nei suoi gesti comuni, tenda ad essere spontaneamente poco sostenibile. Però un po' più di consapevolezza, in tal senso, non può che giovare.
Ma la difficoltà del principio di Jonas risiede soprattutto nel fatto che non ci dice esattamente come farlo, ma spetta ad ogni persona pensare a quali effetti della propria vita potrebbero danneggiare gli altri.
Non è facile convincere gli ambienti economici e finanziari ad un uso responsabile delle risorse naturali e perciò bisogna forzarli, non vedo alternative. Ci deve essere un'autorità legale dotata della forza necessaria ad imporre loro dei limiti e un comportamento conforme a certe regole, perché convincerli a farlo volontariamente sarà sempre molto difficile in quanto contraddice la loro filosofia che è quella di fare il maggior profitto possibile.
Per poter evitare gli scenari peggiori, occorre tracciarli: è molto facile estrapolare che cosa potrebbe succedere quando avessimo terminato il petrolio o la temperatura del pianeta sarà aumentata di 2 gradi o quando l'inquinamento avrà raggiunto un punto tale da rendere impossibile una vita sana e da peggiorarne la qualità o quando i nostri oceani saranno svuotati dei loro pesci. Sono tutte cose relativamente facili da immginare e sembrano pure essere scenari realistici e possibili, altro che pessimistici. Occorre quindi fare di tutto per prevenire la possibilità che si realizzino.

Come scriveva Pasini tempo fa citando uno statement di Filippo Giorgi del Centro internazionale di Fisica teorica di Trieste, a proposito dei cambiamenti climatici, gestire l'inevitabile ma al contempo cercare di evitare l'ingestibile.

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