domenica 23 maggio 2010

Zenzero...

Post culinario in tre puntate in omaggio a tre climatologi che recentemente ho avuto occasione di seguire - chi direttamente e chi indirettamente - e che, a loro modo, contribuiscono al dibattito generale sul tema dei cambiamenti climatici e in particolare sul presunto disaccordo in atto sia fra gli attori della ricerca scientifica e la società in generale e sia all'interno della comunità scientifica stessa.

L'idea della metafora culinaria è cominciata ad affiorare settimana scorsa a Zurigo mentre, dopo aver seguito il primo dei 3 protagonisti del post ad una conferenza e per citazione e associazione anche alcuni excerpts polemici del secondo, mi sono recato in un ristorante cittadino per una cena indiana.
L'altra sera, poi, al festival Chiassoletteraria, ho avuto occasione si cenare con il terzo personaggio del post (che, come ospite della rassegna, avrebbe poi parlato in una conferenza il mattino seguente) nell'ambito del gustoso ed accattivante programma "A cena con...".

Tema ricorrente:

c'è davvero un sostanziale disaccordo sui cambiamenti climatici? Se sì (come parrebbe il caso), in che ambito? Con che conseguenze e per quali motivi?

Come dire: non proprio una domandina da quiz seriale. Piuttosto, una serie di spezie che cercano di ravvivare gli ingredienti della ricetta climatica in transeunte preparazione.

Bene, pronti con gli ingredienti della vostra ricetta immaginaria? Ok, allora sotto con le spezie e con il primo ospite ai fornelli.

Zenzero

Una spezia che mi piace, la trovo stimolante e anche dissetante (mitico lo sciroppo di ginger ;-P) e ci sono alcuni tipi di sushi che senza il zingiber caramellato perderebbero parecchio della loro succosa specificità. Non adoro particolarmente, però, un suo impiego ad ampio raggio. Facilmente, se ne abuso, mi stufa.
Un po' come sentire, su uno specifico argomento di natura scientifica, una voce di pertinente critica costruttiva a metà strada fra la dissidenza anti-consensum e l'approccio popperiano. Utile e direi quasi imprescindibile per andar avanti (sia nell'esplorazione culinaria sia in quella scientifica) ma appunto da non abusare, pena l'omologazione del gusto e, parallelamente, l'accanimento simil-complottista e le associate sensazioni di rigetto.

Mike Hulme, direttore e fondatore del britannico Tyndall Centre for Climate Change Research , è anche un noto e apprezzato geografo e modellista nonché professore di cambiamenti climatici alla Scuola di Scienze Ambientali dell''Università dell'East Anglia.
Ex contributor dell'IPCC, proprio sull'evoluzione degli scenari di emissione considerati nei 4 rapporti dell'IPCC, recentemente, ha pubblicato con altri autori un paper di disamina; concludendo che, nel tempo, c'è stato un significativo rafforzamento di credibilità e di legittimità a fronte però di un indebolimento di salienza (soprattutto, ci dice il paper, a causa dell'alto numero di scenari di base che limitano ed indeboliscono la loro applicabilità più ampia).

Qualche giorno fa è stato ospite dei Kolloquium Atmos. & Klima dello IAC dell'ETH di Zurigo. In quell'occasione ha parlato di uno dei suoi recenti temi, esposti in questo suo discusso libro. Il tema è quello, come già segnalato, del disaccordo sui cambiamenti climatici. Quasi tutta la conferenza è riassumibile dall'abstract del suo libro, con qualche divagazione supplementare (ha ricordato velocemente anche le conclusioni della disamina sugli scenari di emissione considerati dai rapporti dell'IPCC citata sopra).

In sostanza, Hulme si chiede quale sia l'ambito e il motivo del disaccordo sui cambiamenti climatici che - secondo lui - oggi è un tema dominante dell'intera società. Senza mezzi termini, afferma che tutti lo siamo: e non perché disinformati, dazed & confused o distorti da interessi di varia natura che ci fanno rimuovere e non vedere quel che è scomodo, o influenzati da prezzolati e ammiccanti negazionisti à la page in primetime. Il suo è un punto di vista maggiormente antropologico e storico: l'idea stessa del cambiamento climatico significa, per Hulme, diverse cose per diverse persone in diversi contesti, posti e relazioni.
Non l'"anything goes" feyerabendiano: ma lui guarda ad es. a come i media, la società, la psicologia, la religione, i miti ... tendano ad influenzare la percezione e l'attribuzione di valore al fenomeno.
Conclude - dopo una rapida categorizzazione delle principali "ways of life" che filtrano e influenzano oggi la percezione comune del cambiamento climatico (corrispondenti a fatalismo, gerarchismo, individualismo e egualitarismo) - con un auspicio: l'idea del cambiamento climatico dovrebbe essere usata per ripensare e rinegoziare i nostri più ampi scopi sociali a proposito del come e del perché viviamo su questo pianeta.
Ecumenismo a parte, un po' quel che già asseriva nel suo personal statement sulle 5 lezioni da trarre dal climate change.

Hulme - ospite di uno degli istituti di fisica dell'atmosfera e di climatologia più importanti e rinomati nel mondo extra-statunitense e in un paese nel quale il dibattito su molti argomenti ad ignorantiam, quali i dubbi posti dal GW, è finito nel secolo scorso e oggi il focus è decisamente orientato alle soluzioni - si è però guardato bene da attingere argomenti da questo recentissimo paper pubblicato dal panel che lo vede coinvolto nel "gruppo eclettico di accademici, analisti e strateghi della politica energetica" preoccupati dal fatto che "il framing attuale del cambiamento climatico e la politica climatica ci abbiano legato le mani". Una specie di mosaico programmatico ad hoc elaborato per orientare futuri attori nel neuromarketing.
Eppure, ci sono comunque aspetti interessanti che vengono toccati dal paper. Ma le deboli argomentazioni scientifiche di parecchie tracce della seconda parte (soprattutto B) e i relativi pretestuosi auspici (vedi C), ne pregiudicano l'attendibilità generale e probabilmente hanno consigliato Hulme di giocare di rimessa. Il progetto della società a 2000 Watt promosso proprio dall'ETH di Zurigo più di un decennio fa, deve averlo convinto a non forzare troppo il Kolloquium.

Il tema della comunicazione scientifica, nello specifico sui cambiamenti climatici, è molto discusso in vari ambiti, se ne parla anche sui vari blog (ad es. ne parla spesso climalteranti ma se ne è parlato anche su Effetto Cassandra, ad es. qui) e recentemente c'è stato anche un convegno con lo scopo di migliorare l'informazione a riguardo.
Hulme, a proposito di quest'aspetto, ha citato il ruolo propedeutico della recente critica mossa da alcuni altri scienziati allo stato dell'arte in materia (spesso erroneamente associato all'IPCC, organo esclusivamente consultivo e con lo stato dell'arte, passato in rassegna dall'ultimo rapporto, fermo al 2005).

Uno di questi, citati da Hulme, sarà il nostro secondo ospite, ai fornelli con un'altra spezia....

Stay tuned....

domenica 9 maggio 2010

Bias #1 | storie di occhi e di calore


Anche sui set di dati climatologici e meteorologici rilevanti le temperature e i flussi di energia occorre prestare particolare attenzione a fenomeni di bias, vale a dire "distorsioni" fra i valori reali e quelli misurati che possono risultare "inquinati" da svariati motivi.

Questi ultimi possono a loro volta dipendere dal tipo di strumentazione usato (si pensi, ad es., alla differenza fra palloni sonda e tipologia di satelliti nelle misure troposferiche o a quella fra le navi commerciali o i mareografi e le boe fisse e derivanti che misurano la temperatura dell'acqua a diverse profondità e l'associato flusso di energia), dalle metodologie applicate agli stessi strumenti di rilevamento per poterli rendere più efficaci (pensiamo ad es. alla calibrazione dei satelliti o ai cambi di modalità di misura delle temperature marine introdotte nelle navi), dalle condizioni ambientali di contorno (pensiamo ad es. al famoso e mitizzato effetto isola urbana di calore, ma anche alla localizzazione generale delle capannine meteo) o da quelle dello strumento stesso (vedi, ad es., la diversa qualità dei materiali con la quale venivano costruite le stesse capannine) ecc. ecc.

Un primo tipo di bias che andiamo velocemente a considerare oggi, riguarda le anomalie nelle temperature superficiali oceaniche e nella fattispecie: paragonare un tipo di ricostruzione con un altro deve essere fatto tenendo conto delle differenze e degli eventuali bias, altrimenti si rischia di fare il solito gioco fallace del paragone fra mele e banane (come si fa chez mamma Watts, as usual....scommettiamo che il rimorchio a breve....?), pretendendo di dimostrare che, siccome le prime sono meno lunghe delle seconde, allora quest'ultime sono sicuramente truccate. Classica petizione di principio.

Laddove si paragonano dataset differenti, occorre sempre ricordare che:

1) quelli costruiti a partire da dati satellitari dovrebbero essere regolati in ragione dei ben noti bias raffreddanti di cui soffrono i satelliti perché sono solitamente associati ad aerosol e nuvole che tendono a raffreddare i valori delle T misurate, rispetto a quelle effettive; e questo è ad es. il caso del dataset ERSST.v3b, la ricostruzione adottata per i dati ufficiali NOAA e per l'indice delle SST globali, o le OI.v2 / Reynolds.
Inoltre la loro influenza è maggiore negli oceani australi, perché la maggior parte di dati oceanici sono raccolti in situ, e perciò alle latitudini australi medio-alte i dati satellitari sono viziati da un leggero bias raffreddante nelle SST rispetto ai dati raccolti con altri metodi.

2) le misurazioni delle SSTA vengono generalmente fornite dall'ICOADS, ogni ente (NCDC-NOAA, Hadley Centre-MetOffice, UNISYS, KNMI...) aggiunge elaborazioni e mediazioni (per togliere bias e regolare i dati). E ogni ente, inoltre, aggiunge interpolazioni secondo i suoi metodi: per es. la NOAA (che fornisce tre tipi di lettura: la NCDC, la ERSST e la OI) tende ad interpolare molto i suoi dati per ottenere una copertura il più omogenea possibile, l'OI.v2 risulta essere la ricostruzione più interpolata e dunque raffinata e precisa, la versione NCDC esclude i dati nelle aree in cui si supera una soglia minima di errore (come le regioni polari influenzate dalla fusione glaciale), incluse invece nelle ERSST.v3b. UNISYS (società privata), oltre a fornire colori da era glaciale prossima e imminente, non fornisce neppure una descrizione di come sono ottenute le SSTA, nessuna possibilità di trovarla in rete (che tipo di batimetria usa?).

3) le medie di riferimento cambiano parecchio, anche in ragione dell'età dei set introdotti. Ad es. le OI.v2 sono ricostruite solo su dati dal 1981, l'NCDC calcola la media 1901-2000 utilizzando l'anomalia del proprio set, le ERSST.v3b sono state ricalcolate dal 1880 onward su base mensile 1971-2000, e OSDPD (molto usate nelle analisi delle SSTA) non sono truccate verso il superfreakkante rosso lavico ma - dal momento che usano la tecnologia satellitare recente inferendo le temperature nell'interfaccia di skin a partire dai flussi notturni della radiazione infrarossa salente - usano un baseline climatologico molto breve comprendente il periodo 1984-1993 senza il 1991 e il 1992, troppo influenzati dagli aerosol del Pinatubo. Inoltre quest'ultima sembrerebbe essere utilizzata principalmente per individuare aree di SST elevate potenzialmente dannose per i coralli.

Cambiando medie di riferimento, interpolazioni, elaborazioni e con dati a volte viziati da bias satellitari, cambia anche parecchio la baseline da cui partire. E non tenerne conto (come detto prima nel post segnalato), significa solo mischiare mele con banane.

Il calore è negli occhi di chi guarda o la freddezza è in quelli di chi è guardato? No, in questo caso lo scopo - neanche tanto celato - è quello di sostenere una tesi di partenza buona per chi vende fumo caldo soffiandolo negli occhi di chi guarda meglio.

mercoledì 5 maggio 2010

***SHORTBREAK***


















PROGRESSIVE, MOTIVATED, INNOVATIVE, RESPONSIBLE




"Big Oil is a burning thing
and it makes a firery ring
bound by wild desire
and the oil went higher
And it burns burns burns
the ring of fire
the ring of fire"

lunedì 3 maggio 2010

Deep Water Blues

Excerpts rizomatici e randomatici dalle acque profonde della Louisiana...


Deepwater Blue, un nuovo modo di assemblare mosaici musicali (da film).

Deepwater Movie, un nuovo modo di assemblare mosaici visivi (per film).

Deepwater the Movie, un nuovo modo di raccontare una storia che si è fatta leggenda (con il film).

Deepwater Heat, un nuovo modo di suscitare vibranti speranze: "where the heck is the warming gone?" Maybe below 700 m? Maybe is sequestred down to 2000 m? Maybe in the Arctic below sea ice? Maybe...like a déjà vu film (thanx to clayco).

Deepwater Horizon, un nuovo modo di chiamare la penultima frontiera: quella degli orizzonti perduti senza patria e senza gloria. Ma non siamo più a Shangri-La: di chi sono le deep waters? chi si assume specifiche responsabilità? chi caccia 'o grano in caso di incidente? Chi lo cucina per i pescatori? Chi per investirci food for oil? Uhm....uhm....uhm.....

∇∆∇∆∇∆∇∆∇∆∇∆∇∆∇∆

Post-apnea by message of the blues: BP la sorellona che dalla "mia automobile" (1965) passa al deep green e al baby groove - beyond petroleum, do you remember?
Come il carbone pulito, l'insalata da McDonald e la melassa dimagrante: storie di ossimori perduti senza infamia e senza lode.



***UPDATE***

Video molto esplicativo sugli orizzonti perduti, da Al Jazeera...

sabato 1 maggio 2010

Dissonanze cognitive del sabato notte / # 2 & 3 & 4

# 2

Che strano: tutti addosso alla BP a cui, come responsabile finale della marea nera nel Golfo del Messico, spetterebbe giustamente l'assunzione dei costi di risanamento (ma di che tipo sarà?). E altrettanto giustamente viene adesso attaccata per le sue pressioni contro il rafforzamento delle norme di sicurezza in nome dell'*autoregolazione*.

Quando invece si tratta di applicare misure di mitigazione per contenere le emissioni di un gas che si libera bruciando la stessa materia oleosa che fa la fortuna della stessa BP (e d'altre big oil sisters), allora no. Non si può. L'*autoregolazione* del "lasciamo fare al free market überalles", in questo caso (ma solo in questo e non nell'altro), è da sostenere a spada tratta.

➲ What a cognitive dissonance again!

∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪

# 3

Che strano: non ci si può più fidare (ma ci si è mai fidati?) delle registrazioni delle temperature. Né a terra (le capannine sono truccate, le campagne sono trafficate, le isole sono urbanizzate, le montagne sono isolate, i trucchi sono montati...) né in quota (i satelliti sono miopi...) né sotto terra (i boreholes sono frutti esotici...). In effetti non si può più parlare di climate change, né di clima (se non attaccando il binario...). Nulla.

Però quelle su Marte, Saturno o Urano sì. Quelle sono affidabilissime.
E vuoi mettere la difficoltà a stabilire con precisione il trasporto di calore all'interno degli oceani sotto i fatidici 700 m? E l'accumulo di energia sottoforma di scambi di calore nell'oceano? Naaa, impossibile oggi non saperlo con precisione certosina.

Sì, perché la basilare fisica che si impara nella scuola dell'obbligo e che invece la comunità scientifica dei climatologi non ha mai imparato/ha dimenticato/non la la ritiene degna di considerazione, ci ricorda l'importanza dell'effetto termosterico delle acque del mare come spia dell'accumulo di energia nel sistema.
E qui casca l'asinello: infatti - come sostiene qualcuno affetto da ASS o sotto effetto Emmental o in procinto di giocare a bashing ... (la centralina della disinformazione dei simpaticoni membri del BOFC 〈Big Oil Fun Club〉 è sempre calda) - la dilatazione del mare non c'è. Oppure non c'è più. O c'è meno. C'è mai stata?
E quindi niente calore, nada, nisba, niet! E, giusto per completare il periplo della fallacia, ecco il mantra numero 32: le previsioni sono 〈ovviamente〉 molto lontane dal riscontro delle effettive variazioni del livello dei mari.


➲ What a cognitive dissonance! Again (and again).


∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪∩∪

# 4

Che strano: i satelliti vanno benissimo solo quando misurano le T troposferiche e non mostrano più il GW.

Quando sono riconfigurati in modo tale da non includere bias raffreddanti provenienti dalla raffreddata bassa stratosfera (vai ad insegnare ai Microwave Sounding Units che esiste anche una tropopausa...) vanno già meno bene.

Quando vengono utilizzati (nella versione degli Scanning Multichannel Microwave Radiometer o in quella recente del CryoSat-2 dell'ESA per monitorare lo spessore) per inferire lo stato delle calotte polari - e mostrano impietosamente la situazione che è, e l'Artico sembra sempre più simile ad un Emmental - sono da buttar via.

Che sia l'effetto dei forni a microonde casalinghi?

➲ What a cognitive dissonance! Again (and again) (and again).