Rebellion week VS fatture da 50 $ al secondo


Una trentina di studenti delle superiori, per cinque giorni e quattro notti, da lunedì a venerdì, hanno presieduto pacificamente notte e giorno l'entrata del Governo del Canton Ticino, a Bellinzona, in Svizzera. La loro azione si inserisce nel movimento internazionale  #Extintion Rebellion che per due settimane prevede manifestazioni nelle strade di tutto il mondo. A nome del coordinamento cantonale studentesco per lo sciopero del clima, ogni giorno hanno consegnato una lettera con alcune richieste concrete a favore del clima e dell'ambiente ai cinque ministri che siedono nell'Esecutivo.
I partecipanti all'azione si sono detti entusiasti dell'inaspettato impatto mediatico e sostegno da parte della popolazione. Fra i sostenitori che li hanno incontrati anche qualche personalità del mondo della scienza, come il glaciologo Kappenberger (vedi video sotto, vedi anche qui primi 4 minuti e mezzo). Emuli della lezione di Thoreau, l'impegno dei giovani non finisce però con il termine del sit-in. Si aspettano delle risposte concrete da parte delle autorità e fino a quando non verranno prese delle misure a favore del clima continueranno nella loro azione.



E ne hanno ben donde.

Per es. si evidenziano forse ancora troppo poco le implicazioni economiche in gioco.
In termini di danni causati dal cambiamento climatico, in Svizzera, la fattura ammonta a 200 milioni di franchi nel solo anno 2018 (1).
E che dire dei soldi letteralmente mandati in fumo da "investimenti" stupidi, miopi, irresponsabili per non dire criminali nell'industria dei fossili? Una Banca centrale come la Banca nazionale svizzera, in un solo anno, si permette il lusso di bruciare un miliardo e 300 milioni di dollari/franchi in questo modo (2). Una Banca i cui azionisti principali sono i cittadini contribuenti e ai quali gabba quasi 160 milioni di dollari annui, a tutti, neonati compresi. O, in altri termini, una Banca che dilapida 3,7 milioni di dollari al giorno in scelte sciagurate. Più di 150'000 dollari l'ora, più di 2500 al minuto. Ironia del caso: ogni secondo se ne va, così, al vento, un biglietto verde con raffigurato il nostro pianeta con il sistema di circolazione atmosferica che connota il clima. Il mondo alla rovescia, insomma.
E poi c'è ancora chi si scandalizza dicendo che i giovani - i destinatari dell'ipoteca climatica - dovrebbero andare a scuola invece che protestare e scioperare per il clima. O che sono tutti modaioli e l'importante è solo che se ne parli per socializzare.
E intanto il tempo se ne va...






(1) Una fattura di 200 milioni di franchi, la più elevata degli ultimi dieci anni, per una serie di slittamenti, colate detritiche, inondazioni, frane e crolli di rocce: è il bilancio del 2018 stilato dall’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio WSL. L’anno scorso è stato l’undicesimo anno di seguito in cui sono stati registrati relativamente pochi danni. Anche se nel 2018 i danni totali sono rimasti chiaramente al di sotto della media (al netto del rincaro) di 306 milioni di franchi del periodo 1972-2017, sono però stati più alti di ciascuno dei dieci anni precedenti. Il 2007 è stato l’ultimo anno con danni causati da pericoli naturali nettamente superiori alla media. In quell’occasione il WSL registrò danni per 700 milioni di franchi. Dal 2007 la somma annuale dei danni è oscillata in una fascia compresa tra i 20 e i 200 milioni di franchi.
Tra i fattori meteo scatenanti, nel 2018 hanno predominato i temporali (69%), seguiti dalla combinazione di scioglimento della neve e pioggia (15%) e dalle piogge prolungate (13%). La percentuale più alta dei costi causati dai danni (79%) è imputabile a inondazioni, deflussi superficiali e colate detritiche, seguiti da slittamenti (19%) e smottamenti (2%). Fortunatamente nel 2018 i pericoli naturali qui considerati non hanno causato nessuna vittima.
Da aprile alla fine del 2018 in molte regioni svizzere il tempo è stato molto secco. Ciononostante alcuni isolati temporali hanno causato gravi danni, come quello verificatosi nella tarda serata dell’11 giugno a Losanna (VD), dove in soli dieci minuti sono stati registrati 41 mm di pioggia. Una tale quantità di pioggia in un tempo così breve non era mai stata registrata prima in Svizzera. La rete fognaria e il suolo non sono riusciti ad assorbire le enormi masse d’acqua che, scorrendo superficialmente, hanno inondato diverse strade e le cantine di numerose case, negozi e scuole. Alcuni giorni prima, il 30 maggio, piogge intense e grandine cadute tra Baden (AG) e Dielsdorf (ZH) avevano causato inondazioni. E nel tardo pomeriggio del 31 maggio la città di Yverdon-les-Bains (VD) era stata colpita da violenti rovesci di pioggia che avevano allagato le cantine e i garage sotterranei di numerose abitazioni. L’8 giugno, in seguito a un violento temporale a Frauenfeld (TG), è stato necessario prosciugare 200 cantine.
Anche se nel complesso l’estate del 2018 è stata straordinariamente secco, l’anno era iniziato ed è terminato con abbondanti precipitazioni. Le piogge persistenti, in parte combinate con lo scioglimento della neve, hanno ad esempio causato già il 4 e 22 gennaio inondazioni e slittamenti nei Cantoni Berna, Vaud e Vallese. In tale occasione le strade e le infrastrutture del Vallese hanno subito gravi danni. Il 2 e 3 luglio un temporale serale stazionario nella parte superiore della Val d’Anniviers (VS) ha causato notevoli deflussi nella Navizence (vedi foto). Le impetuose masse d’acqua e i detriti hanno danneggiato la riva del fiume lungo un tratto di 20 km, oltrepassando gli argini in diversi punti. Nei Comuni di Anniviers e Chippis i costi causati dai danni sono stati ingenti. Nel pomeriggio del 1. agosto la Svizzera orientale è stata colpita da diversi temporali. Il 6 agosto, poi, un violento temporale nel tardo pomeriggio a Sion (VS) ha causato un deflusso superficiale che ha inondato le strade e più di cento cantine.

Località ed entità dei principali danni nel 2018. Sulla base dei simboli è inoltre possibile riconoscere i vari processi in questione. 
Cartina: UST GEOSTAT / Ufficio federale di topografia


(2) Una mole di istituti di credito e previdenze professionali non lesina investimenti nell'industria dei fossili, per tacere dell'enormità dei sussidi pubblici "sotto traccia" in questo mortifero settore (agg. qui: stima di 5200 miliardi di $ nel solo 2017, quasi 100 milioni di $ al minuto, il 6,5 % del PIL mondiale, in media circa 700 $ per ogni abitante del pianeta, congolesi compresi).
Con quasi il 10% delle sue attività collocate nella borsa americana, ovvero 61,5 miliardi di dollari (o franchi),  anche la Banca nazionale svizzera (BNS) contribuisce a tenere il mondo sulla peggior traiettoria fra i +4 °C e i + 6 °C di aumento della temperatura media globale. Molto lontano, quindi, dall'obiettivo dell'accordo di Parigi che mira a limitare l'aumento ben al di sotto dei +2 °C. Ufficialmente, la BNS favorisce rendimenti finanziari ritenuti standard e gestisce a tal fine in modo "neutro" o "passivo" il suo denaro rispetto al parametro climatico.
In realtà, l'analisi presentata in questo studio dimostra che questa gestione non è né neutrale né passiva nei confronti del clima: la sacrifica. E invece di ottenere i solidi rendimenti finanziari che questa scelta dovrebbe consentire, la BNS ha perso, con i suoi investimenti nell'industria dei fossili negli Stati Uniti, ben 4 miliardi di dollari tra 2013 e il 2015.
Lo studio non cerca di stigmatizzare la BNS, bensì, con questo esempio, di fornire un'analisi oggettiva per attirare l'attenzione di tutti gli investitori - ovvero di chiunque - sul fatto che la piazza finanziaria svizzera ignori la bolla del carbonio e che ciò sia dannoso sia per il clima sia per i suoi ritorni finanziari. Questa bolla ha effetti sempre più tangibili ed è urgente che gli investitori, soprattutto gli investitori istituzionali, ne tengano conto. Sulla scia dell'accordo di Parigi, tutto deve essere fatto per sgonfiarla il più e il più rapidamente possibile. In tutte le democrazie, sempre più attori ci stanno lavorando.

Commenti

  1. Il problema più che gli investimenti della BNS sta nel fatto che gli studenti svizzeri, interessati o meno ai cambiamenti climatici, come pure tutti gli abitanti della Svizzera per non tacere degli altri 7 miliardi di esseri umani basano concretamente la loro vita su una quantità colossale di energia trasformata ogni anno a partire da materie prime che all' 80% circa sono carbonio accumulatosi durante intere ere geologiche.
    Pensare che la base produttiva fondamentale della nostra civiltà industriale sviluppatasi da più di un secolo possa modificarsi profondamente in pochi anni mi sembra un' idea ben poco realistica

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Certo, è uno dei nodi centrali del problema. Ma secondo me lo è anche la miopia di istituti di credito e casse pensioni che investono nei fossili. E la marea di sussidi pubblici destinati ai fossili. Sono montagne di soldi che potrebbero essere usati per favorire e accelerare la transizione energetica verso la decarbonizzazione.
      E non basterebbe neppure. Occorrerebbero altri soldi ancora per passare alle emissioni negative, afforestando di più mezzo mondo e utilizzando energie rinnovabili e rendendo i processi di produzione-distribuzione-uso assai più efficienti in modo da ridurre l'enorme quantità di energia grigia in gioco.
      E non basterebbe ancora. Occorrerebbe una vera e propria rivoluzione della mentalità (dopo presa di coscienza) verso una società che punti maggiormente sull'essenziale e meno sul futile. Utopia? Sempre che sia (ancora) fattibile.
      E forse non basterebbe neppure del tutto questo. Siamo tanti, davvero tanti. E per molti il modello cino-occidentale è l'utopia della concretezza come fine da raggiungere ad ogni costo. Comprensibilissimo, per carità. Perlomeno fino a che la termodinamica non trasformi questa utopia della concretezza in distopia della dura realtà.

      Elimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

SYS 64738

Inverni europei sempre più miti