Catastrofi e utopie concrete

Due scoperte recenti associate ai cambiamenti climatici che possono essere lette come una sintesi della dicotomia che ne consegue: catastrofe e utopia concreta.


Il cambiamento climatico è una delle cause principali della scomparsa di specie a livello mondiale. Il suo impatto sulla biodiversità potrebbe essere stato persino sottovalutato, secondo uno studio recente di un gruppo di ricercatori - affiliato, fra gli altri, all'URPP dell'Università di Zurigo - che evoca un effetto domino.
Su circa otto milioni di specie, tra le 500'000 e un milione sono minacciate di estinzione, aveva indicato all'inizio di maggio la Piattaforma intergovernativa scientifica e politica sulla biodiversità e i sistemi ecosistemici. Una specie su otto potrebbe sparire nei prossimi decenni.

Parte di una rete gigantesca di dipendenze reciproche: le piante hanno bisogno di insetti per disperdere il loro polline e, a loro volta, gli insetti dipendono dalle piante per il cibo. (Immagine: istock.com/KenanOlgun)

I modelli climatici utilizzati finora per prevedere il destino di certe specie sono insufficienti, avvertono ricercatori dell'Università di Zurigo in un comunicato. Le specie formano una grande rete di interdipendenze e la scomparsa di una di loro può provocare la perdita di altre per effetto domino. Gli specialisti parlano in questo caso di coestinzione.
L'équipe ha cercato di stimare l'ampiezza di tale effetto su piante da fiore e insetti pronubi. Ne risulta che ben più specie sono minacciate di estinzione di quanto si pensasse.

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Delle grandi centrali solari che galleggiano sugli oceani che producono metanolo sufficiente a coprire il fabbisogno del traffico merci globali, con un impatto neutrale sulle emissioni di CO2. Utopia? Non per un team di ricercatori svizzeri e norvegesi.
La loro visione (illustrata in questo studio): costruire sugli oceani immense isole ricoperte di pannelli solari. Con l’energia fotovoltaica e l’anidride carbonica estratta dalle acque del mare, su queste piattaforme galleggianti si potrebbe poi produrre del metanolo liquido, da impiegare per la mobilità del futuro, come spiega Andreas Borgschultes dell’EMPA (il Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca), uno dei curatori dello studio:
l’idea è quella di sostituire i carburanti fossili con del metanolo, un combustibile facile da produrre e neutrale per quanto riguarda le emissioni di CO2, così da poter contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici. Il metanolo è compatibile con l’attuale infrastruttura che punta purtroppo ancora sull’energia fossile. Abbiamo calcolato che per produrre la quantità necessaria al trasporto di merci a livello globale, bisognerebbe creare 170'000 centrali galleggianti dal costo di 90 milioni di dollari l’una.
Presto anche in mare? Nella foto un impianto fotovoltaico galleggiante nelle acque interne cinesi

Hanno calcolato che un cluster di 70 isole fotovoltaiche con un diametro di circa 100 m e una nave con gli impianti di elettrolisi e sintesi - che occuperebbe un'area totale di circa 550'000 m² - potrebbe potenzialmente produrre fino a 1,75 tonnellate di metanolo all'ora, il che significa che devono essere costruite 170'000 centrali galleggianti per compensare le emissioni del trasporto a lungo raggio. Perché un singolo cluster è lungi dall'essere sufficiente per raggiungere un bilancio zero di CO2. 
Inoltre, suggeriscono che l'utilizzo dell'1,5% degli oceani del mondo per le fattorie di metanolo solare potrebbe compensare del tutto le emissioni globali di combustibili fossili. Il team stima che la produzione da 3,2 milioni di isole galleggianti supererebbe le emissioni globali totali derivanti dai combustibili fossili.

Le isole solari galleggianti potrebbero assomigliare a questa. Sulla nave a sinistra ci sono tutte gli impianti necessari per produrre metanolo. Visualizzazione: Novaton. Fonte: EMPA




Trovare le superfici adeguate è la sfida maggiore: Le piattaforme, infatti, andranno ancorate sui fondali e non possono essere certo piazzate laddove ci sono maremoti o uragani.
Per affrontare l’emergenza climatica però non basta, conclude Borgschultes, mettere i pannelli solari sui tetti delle case, occorre invece
osare e pensare a soluzioni che oggi appaiono ancora utopiche. 
Proprio come quella proposta dal suo team.

Commenti

  1. Scusa Steph,
    ma qualcosa non torna: "centosettamila centrali che ricoprirebbero cinquecentocinquantamila metri quadrati" avrebbero un'area di circa tre metri quadrati cadauna . . .

    E poi ... con tutti questi zeri mi confondo, ma mi sembra che a ottanta megadollari l' una costerebbero intorno ai quindici teradollari, ossia sei-sette anni di spesa militare globale; utopia e fantascienza sono categorie davvero troppo limitate per questa visione.

    Ciao.

    R

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    Risposte
    1. Ho emendato il post, c'erano alcuni refusi dovuti alla traduzione. L'area di ogni isola è di quasi 8000 mq.
      Sì, circa 15 teradollari, fai anche 9 anni di spesa militare globale (a circa 1700 miliardi di dollari annui)...ma anche un secolo di danni economici dovuti a disastri naturali.

      Utopico lo è senza dubbio, ma non si sa mai.

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